Pasquale Ferrara è ambasciatore italiano in Algeria; diplomatico di lungo corso (con incarichi che lo hanno portato da Santiago del Cile ad Atene, da Bruxelles a Washington), ha prestato servizio presso l’Ufficio del Consigliere Diplomatico del Presidente della Repubblica, ha guidato l’Unità di analisi e programmazione del Ministero degli Esteri ed è stato Segretario generale dell’Istituto Universitario Europeo di Firenze. Da molti anni affianca il servizio diplomatico con l’attività accademica e di ricerca; oggi a Sophia insegna International Relations and Integration, mentre alla LUISS di Roma Diplomacy and Negotiation.

In un panorama internazionale che appare governato dai grandi attori della finanza e del mercato e prevale la dimensione economica degli interessi, gli studenti di Sophia dell’indirizzo di Politiche e relazioni internazionali scelgono con convinzione la sua disciplina – condotta con Chiara Galbersanini, giovane studiosa di Milano -, per fare esercizio della capacità innovativa della cultura dell’unità. A margine del G7 che si è concluso lo scorso 26 agosto a Biarritz, il prof. Ferrara ha risposto ad alcune domande.

Numerosi media di tutto il mondo nel mese di agosto si sono occupati degli incendi in Amazzonia. Anche le immagini satellitari hanno documentato quanto sta accadendo. A suo parere, quale riflessione suggerisce questa emergenza?

I segnali di allarme sono gravi, al punto che, anche al G7 di Biarritz dove ci si occupava essenzialmente di questioni legate alla sicurezza internazionale, per la prima volta è entrato pesantemente in agenda l’ambiente. E’ una conferma del fatto che l’emergenza ambientale non rappresenta più, da tempo, una questione marginale, ma un tema che condiziona i punti principali dell’impegno internazionale e richiede un cambiamento di paradigma politico.

Tutti ricordiamo il concetto di “glocal”, diffuso dalla cultura ambientalista, che ha reso inscindibili la prospettiva globale e quella locale. Oggi direi che dobbiamo uscire da una situazione di cosmopolitismo “forzato” – in cui il sentirsi parte di un’unica realtà umana deriva necessariamente, vorrei dire, dall’impatto globale dell’inquinamento, delle speculazioni finanziarie o del terrorismo -, verso una nuova presa di coscienza. Ci è chiesta, invece, una scelta consapevole e collettiva, che abbia al centro la dimensione della fraternità universale accompagnata da quella che potremmo chiamare la fraternità creaturale, che coinvolge tutta la natura, una fraternità planetaria.

Una direzione che raccoglie adesioni sempre più ampie. Greta Thunberg il prossimo 23 settembre parteciperà all’Assemblea generale ONU sul clima: i giovani sono in prima fila e l’attenzione verso questi temi continua a crescere.

Certo! Ricordo alcune iniziative particolarmente interessanti. In India, nello stato dell’Uttar Pradesh, agli inizi di agosto sono stati piantati 220 milioni di alberi in un solo giorno. L’India ha accettato con l’accordo di Parigi di aggiungere almeno 5 milioni di ettari alle sue foreste entro il 2030, nell’ambito di una campagna globale. Un’altra storia viene dal Brasile, nonostante il tragico processo di distruzione sistematica dell’Amazzonia. Sebastião Salgado, artista di fama mondiale e fotografo della Terra, in 20 anni ha piantato assieme a sua moglie Lélia oltre 1 milione di alberi, dimostrando che la riforestazione è possibile quanto la deforestazione. Di seguito, per incoraggiare altri proprietari privati, lo Stato di Minas Gerais ha istituito la categoria della Riserva Privata per il Restauro Ambientale (PRER).

Credo che tutti dovremmo cominciare a pensare in modo più profondo, oltre le fratture attuali. C’è un punto fondamentale: oggi nel mondo tutto è trans-nazionale: il capitale, la finanza di certo non rispettano i confini degli stati, e nemmeno le migrazioni… Eppure la struttura politica fondamentale del mondo continua ad essere quella degli stati nazionali. Il mondo reale è fatto di flussi, il mondo degli stati è fatto di territori. C’è una contraddizione di fondo che non potrà reggere a lungo.

Tutto ciò sottolinea ancora una volta l’urgenza di un nuovo pensiero. Una riflessione prioritaria riguarda la sostenibilità ambientale e il cambiamento climatico.

E’ così. Secondo alcune analisi, siamo entrati in una nuova era geologica divenuta misurabile a partire dalla seconda metà del XX secolo, che viene definita come “Antropocene”, una condizione di vero e proprio “cambiamento di stato” del sistema-terra destinato a lasciare un’impronta plurisecolare. E’ evidente, ad esempio, che la traccia della prima esplosione nucleare rimarrà riconoscibile per millenni, così come il cambiamento della composizione chimica dell’atmosfera terrestre. La formidabile sfida posta dall’Antropocene chiede di concepire la storia politica umana legata necessariamente anche al mondo naturale.

Eppure la dimensione socio-naturale della vita sul pianeta resta in ombra, mentre la politica mondiale procede ancorata ad una visione antropocentrica. Al di là degli impegni assunti dagli Stati – che appaiono spesso labili, carenti di responsabilizzazione nei confronti dell’umanità e del pianeta come tale – le istituzioni politiche faticano a realizzare appieno gli effetti strutturali sul sistema terrestre dovuti all’attività umana, e a limitare i cambiamenti degli equilibri planetari dovuti alle attività produttive e al consumo di massa.

In definitiva, la condizione di Antropocene richiede una ri-formulazione delle stesse categorie politiche, a cominciare dall’idea di democrazia, che dovrebbe includere forme precise di responsabilità verso le generazioni future ma non solo: anche verso le componenti non umane del pianeta, parte di un complesso socio-naturale che include gli esseri umani in modo non esclusivo, o nei termini di una razionalità puramente strumentale.

Il lungo percorso che va dagli accordi di Kyoto nel 1997 alla COP21 di Parigi nel 2015, nel contesto della Convenzione ONU per i Cambiamenti Climatici (UNFCCC), dice che ci muoviamo lentamente e che l’idea di una più ampia giustizia planetaria fatica a farsi strada. Ma così come il concetto di giustizia inter-generazionale, almeno in linea teorica, oggi appare acquisito, possiamo pensare che una coraggiosa alleanza tra ricerca scientifica e azione sociale, che sappia guardare al mondo che verrà, porterà frutti.

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