Formazione alla leadership e cultura dell’unità.

C’è chi afferma che si possa già parlare di leadership prima della comparsa dell’uomo. E ancora, citando Blondel, politologo francese, che “dovunque esista un gruppo, là c’è sempre una forma di leadership” (1987). Se però andiamo alla ricerca di definizioni più precise, l’operazione si fa ardua. Interessante, tra il resto, che l’italiano non abbia nemmeno una traduzione adeguata, come non ce l’hanno altre lingue neolatine: leader non è di certo traducibile con “capo”.

Forse proprio perché si tratta di un concetto chiave dell’inizio del Terzo Millennio, l’inadeguatezza di tanti leader è davanti agli occhi di tutti, conseguenza dei macro fenomeni che li oltrepassano, ma anche ragione di tanti fallimenti a cui va incontro il nostro organizzarci in società.

Anche a Sophia si lavora da tempo su questo tema, potendo usufruire della prospettiva interculturale che la caratterizza. E l’esercizio di porre accezioni ed esperienze diverse sotto la lente della “cultura dell’unità” non è affatto scontato: chiede di dare spazio ad un nuovo pensare, di lasciarsi attraversare in profondità dalle domande di oggi.

Le qualificazioni e le modalità di espressione di una leadership che sappia costruire bene comune appaiono tutte da esplorare, anche perché una semplice definizione “comunitaria” appare fragile e deve essere verificata, tenendo conto dei punti di debolezza che le ipotesi comunitariste rivelano. Eppure numerose pratiche di leadership connotate da un preciso orientamento all’unità e da una lettura del sociale bottom-up, dimostrano di declinare uno stile vero e proprio . E’ un punto prospettivo che anche le ricerche centrate sull’idea di “co-governance” contribuiscono a chiarire quando sottolineano, con il prefisso “co”, un’esigenza primaria, la corresponsabilità di ognuno a costruire il bene comune.

Con il concorso di questi studi, alcune iniziative pilota sono già partite: come il programma triennale “Together for a New Africa”, promosso da alcuni studenti e docenti di Sophia insieme al Movimento politico per l’unità/Mppu e altre agenzie culturali internazionali, e dedicato in particolare ai giovani della regione dell’Africa dell’Est. Il primo atto ha avuto luogo a Nairobi in Kenya nel gennaio 2019, con più di 100 giovani di 7 Paesi di quella regione, per una leadership “all’africana”, svincolata da modelli troppo occidentali, nella valorizzazione di quello che le culture locali hanno generato nei secoli a proposito della gestione del potere e dell’autorità.

Ha percorso un buon tratto di strada anche un altro programma di formazione alla leadership, a cui Sophia collabora accanto a NetOne, Humanité Nouvelle e Mppu, e proposto questa volta ai giovani del Medio Oriente. Nella regione, in effetti, in modi diversi da Paese a Paese, le guerre e i conflitti, le violenze e le tensioni hanno portato a un progressivo smembramento delle comunità, di tutte le comunità, da quelle religiose a quelle politiche, e da tempo si avvertiva l’urgenza di offrire una proposta originale a persone spesso isolate e arrese in un quadro sociale fortemente lacerato. Il programma – che è coordinato da Michele Zanzucchi, docente di Comunicazione a Sophia, oltre che giornalista e scrittore – ha coinvolto sia esperti di diversi ambiti, provenienti dall’accademia e da alcune organizzazioni della società civile, che alcuni giovani laureati di Sophia che lavorano in quelle nazioni.

I principali ambiti di ricerca sono tre: gestione e risoluzione dei conflitti, comunicazione empatica e generativa, vita comunitaria. E parte integrante di ogni tranche è la sperimentazione sul campo della “costruzione comunitaria” con l’avvio di micro-progetti locali.

Icona del progetto è un’àncora (in arabo al Marsat), simbolo di sicurezza e stabilità: anche quando le onde scuotono l’imbarcazione, l’ancora è un ormeggio sicuro, perché c’è un tempo e un luogo dove raccogliersi per guardare il mare aperto prima di riprendere a navigare.

Dopo la tappa libanese a Beirut, in luglio si è conclusa ad Aleppo quella siriana, che ha diplomato un bel gruppo di giovani. I volti sorridenti nella foto, che ritrae la consegna dell’attestato a fine corso, dicono la volontà di impegnarsi, dando valore anzitutto a quei fermenti che spingono i loro popoli verso la fraternità e la pace. E, forti dell’unità che li lega, pronti a farsi leader di iniziative di partecipazione e di cittadinanza responsabile, di spazi di comunicazione e di riconciliazione sociale e politica, di accoglienza e di dialogo, anche quando verranno le crisi e gli arretramenti.

Il percorso di “al Marsat” approderà in Giordania tra settembre e dicembre 2019 e, in seguito, anche nel Kurdistan iracheno.

Menu
X