Maria Gabriella Guglielmi (Italiana), studentessa di Sophia, ha condiviso con noi la sua storia.

Due anni trascorsi a studiare, a vivere a Sophia, in un ambiente interculturale ed ora la laurea magistrale è vicina. Puoi dirci cosa c’è prima di questo traguardo?

Ho 25 anni e vengo da un piccolo paesino della provincia di Lecce. Terminato il liceo ho detto a mamma e papà che la mia passione era la filosofia, perciò ho deciso di intraprendere un percorso che è durato 5 anni all’università del Salento, conseguendo prima la laurea triennale e poi quella magistrale in scienze filosofiche. Sono stati cinque anni molto belli che hanno stimolato la mia curiosità e nutrito il mio pensiero. Una volta concluso questo percorso l’idea era quella di entrare nel mondo della scuola per provare a rendere fecondo lo studio donandolo ad altri, con la speranza di far vibrare gli interrogativi del loro cuore. Ma poi è arrivata Sophia…

Sembra sia stato un incontro imprevisto, che ti ha coinvolta.

Sì, un giorno girovagavo nel web e mi sono imbattuta in un articolo, si intitolava “Destrutturare i monologhi. A scuola di dialogo”, mi sembrava un titolo strano, suonava controcorrente, così ho deciso di aprire il link, nella speranza che non fosse un virus, tre anni dopo posso dire che lo era. È così che mi si è spalancato dinanzi un orizzonte che il primo settembre del 2016, con qualche valigia e tante attese, mi ha portata a dare inizio al percorso di laurea magistrale in Ontologia Trinitaria.

Cosa dire di questo percorso? Non posso darvi in prima istanza delle risposte, poiché al mio arrivo non ne avevo; le due parole prese singolarmente, ontologia e trinitaria, le intuivo, ma come era possibile coniugarle? Perciò per parlarvi del mio percorso, più che dare risposte accademiche mi piace definirlo con due parole: ferita e stile. Dopo i primi corsi si è aperta in me una ferita, sono entrata in un mondo che scuoteva le mie conoscenze pregresse chiedendomi di ripensarle, di metterle nuovamente in gioco, di sottoporle alla sana inquietudine della ricerca, della trans-disciplinarietà (cioè del rapporto tra saperi che insieme ricercano la sapienza), della vita. Anche se ho faticato, anche se fatichiamo, quella ferita giorno dopo giorno diventa feritoia e fa entrare luce nuova che illumina il pensiero e orienta la vita.

Dopo la prima parola: ferita, qual è la seconda parola?

Proprio perché questo pensare investe anche il vivere e il vivere diventa la realtà del pensare, è da qui che nasce la seconda parola che definisce il percorso: stile. In tante occasioni mi sono chiesta qual è la specificità di Sophia? Penso che lo stile sia una prima risposta. Il mondo di oggi garantisce a tutti conoscenze, competenze e capacità, criteri con i quali ogni laureato in Italia viene “misurato”. A tutto questo Sophia unisce uno stile, cioè quel valore aggiunto che alle conoscenze, alle competenze e alle capacità dà il volto dell’umanità, elemento che il mondo non sa più declinare. Lo stile, dunque, di una umanità nuova, che seppur nelle fatiche del quotidiano, cerca di dare allo studio dell’essere il ritmo trinitario, all’economia il volto nuovo della comunione e alla politica la sua radice profonda di fraternità.

Cosa ti aspetti dal futuro?

Il mio sogno nel cassetto rimane ancora quello dell’insegnamento scolastico. Un giorno, spero non troppo lontano, parlerò ai miei studenti dell’esperienza di Sophia. O meglio, spero che il mio modo di insegnare possa essere trasparenza di questa esperienza, che mi ha insegnato la bellezza di un mondo che, con il coraggio del pensiero e della vita, non è passivo depositario dello status quo, ma protagonista attivo e costruttore quotidiano di un mondo nuovo.

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