È mai possibile un “giornalismo dialogico”?

Contraddizione in termini od orizzonte possibile per chi lavora nel mondo dell’informazione: se ne è discusso nel seminario pensato a Sophia assieme ai comunicatori di NetOne. Per un anno e mezzo tre entità del mondo della cultura e della comunicazione – l’Associazione per NetOne, l’Istituto Universitario Sophia e la rivista Città Nuova – sono andati in giro per il mondo per un esperimento professionale di “giornalismo dialogico”, cioè un giornalismo che non erige muri ma al contrario crea ponti, che vuole essere non solo fonte di informazione, ma anche di “cambiamento sociale”.

L’occasione è stata fornita dall’ondata migratoria verso l’Europa di questi ultimi anni, che alcuni giornalisti hanno voluto seguire in un modo particolare. Queste le note caratteristiche dell’iniziativa: è stata vissuta in più persone assieme, visitando luoghi topici per il fenomeno migratorio (Ungheria, Grecia, Polonia, Sicilia, Costa d’Avorio, Libano e Colombia), in una dimensione transdisciplinare, cioè presenti anche politologi, sociologi, religiosi, operatori umanitari e altri ancora, realizzando produzioni giornalistiche per i propri media. L’esperienza è stata raccolta in un volume (Il giornalista e le migrazioni, a cura di Michele Zanzucchi, Quaderni di NetOne) presentato nel corso del seminario svoltosi a Sophia, alla presenza di studenti e docenti per lo più dell’area di studi politici.

È proprio nel corso di quest’iniziativa itinerante che è maturata tra i partecipanti l’idea di un “giornalismo dialogico”, che non vuole tanto essere una nuova forma di giornalismo, quanto un approccio di fondo alla professione, un insieme di idee, valori, atteggiamenti che possono guidare il mestiere di giornalista facendolo diventare non solo in produttore di notizie ma anche, attraverso le notizie date, un fattori di “coesione sociale”. Il seminario di Sophia, cui hanno partecipato i membri della Scuola Abbà del Movimento dei Focolari (centro studi interdisciplinare per l’elaborazione di una “dottrina dell’unità”) ha voluto chiedersi, appunto, in che maniera è possibile un tale “giornalismo dialogico”, anche confrontandosi con alcune teorie della comunicazione e con la prassi giornalistica sempre più frenetica per via della rivoluzione digitale.

Sono state perciò esplorate le categorie che possono sostenere una proposta di giornalismo dialogico, in cui abbia un ruolo centrale lo scambio tra esperti e professionisti, per la costruzione collettiva di conoscenza. Con una domanda supplementare: può il giornalismo essere dialogico nell’attuale contesto globalizzato e digitalizzato? Se sì, a quali condizioni e con quali caratteristiche? A dare il via ai lavori, la vice-preside Daniela Ropelato, sottolineando come ricerche di questo genere abbiano spazio in un istituto universitario dove vita e pensiero, professione e riflessione vanno a braccetto.

Dopo aver presentato il progetto “giornalismo e migrazioni” e la nascita dell’idea di un “giornalismo dialogico” da parte dei giornalisti Stefania Tanesini (responsabile del board internazionale di NetOne), Giulio Meazzini e Michele Zanzucchi (anche docente a Sophia), tre docenti dell’università hanno voluto investigare dalle parti delle “condizioni di possibilità” del giornalismo dialogico: Pasquale Ferrara (“Il ruolo dei giornalisti nell’infosfera: marionette, provocatori o mediatori?”), Cristina Montoya (“Applicazione della teoria di relazione sociale di Pierpaolo Donati al caso del giornalismo dialogico”) e Pal Toth (“La riflessività relazionale in Margaret Archer e il giornalismo dialogico”).

Infine, il seminario si è concluso con un allargamento della tematica del “giornalismo dialogico” alle grandi prospettive del mondo odierno: se il fenomeno comunicativo è al centro della nostra attenzione, giacché ogni evento nella società ha un aspetto comunicativo, che lo si voglia o meno, noi stessi siamo presi nella Rete, anzi nelle reti, e ci accorgiamo che ogni atto può essere interpretato come un evento comunicativo. In effetti, da un certo punto di vista, è proprio così. In qualche modo, anche nei testi fondatori del carisma dell’unità questa modalità interpretativa è presente. Piero Coda sostiene da tempo che la comunicazione è un “trascendentale dell’essere”.

Così l’unità, l’unità nella diversità, così ogni atto di relazionalità o di informazione può essere letto in chiave ontologica. Ma anche, ovviamente, in chiave comunicativa. La comunicazione però, come ogni evento pervasivo, come ogni evento che “contamina” è oggetto di studio per diverse discipline: non a caso parliamo di “scienze della comunicazione” al plurale. La comunicazione interpersonale, la comunicazione comunitaria e anche i mass media e il loro funzionamento, infatti, richiedono per loro natura un approccio transdisciplinare, argomento caro a Sophia, alla Scuola Abbà, ai professionisti di NetOne.

Di fronte alle grandi sfide dell’infosfera nella quale siamo avvolti – nuovi modelli di razionalità collettiva, eccesso di informazioni e “fake news”, cambiamenti tecnologici che stanno influenzando il modo di incontrarsi, dialogo interculturale – Pasquale Ferrara ha parlato di “Pensare l’infosfera: nuovi paradigmi del pensiero e della comunicazione per rispondere alle sfide del XXI secolo”, mentre il preside Piero Coda ha presentato il suo pensiero su “Riforma del pensiero e comunicazione dialogica nella prospettiva antropologica dell’ontologia trinitaria”. Inizia così, con questo seminario, un percorso di studio e ricerca che si spera ricco di frutti culturali adeguati.

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