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Convegno dei vescovi e sindaci del Mediterraneo a Firenze

Argiolas: «I doveri delle comunità religiose nella città»

di Michele Zanzucchi

Le due relazioni principali del convegno “Mediterraneo frontiera di pace”, in corso di svolgimento a Firenze, sono state affidate dall’organizzazione dei vescovi italiani la prima ad Andrea Possieri, dell’università di Perugia, che tratta dei “diritti” delle comunità religiose nella città, e la seconda, sui corrispondenti “doveri”, al rettore dell’Istituto Universitario Sophia, prof. Giuseppe Argiolas.

 

Nel suo intervento su “Quali doveri per le comunità religiose nella città?”, il prof. Argiolas ha offerto alcuni capisaldi della dottrina sociale cattolica, rivisti alla luce del magistero di Francesco e della grande stagione del Vaticano II che si adegua al mutare convulso delle nostre società. In un primo punto, il rettore ha voluto definire quel «fondamentale dovere che papa Francesco descrive come dovere di “toccare”»; il secondo ha individuato il dovere di «camminare insieme»; in terzo luogo, Argiolas ha avanzato l’idea di un inedito «patto di fraternità», per approdare, infine, al «patto educativo globale».

Si è parlato spesso di “toccare” di questi tempi, soprattutto in un’epoca di pandemia in cui il distanziamento personale e sociale ha demonizzato un tale atto. Argiolas, riprendendo le affermazioni di papa Francesco, ha detto: «“Toccare” le varie forme di povertà materiale, relazionale, esistenziale, culturale, per affrontarle a partire dalla consapevolezza della nostra comune povertà creaturale e, seguendo l’insegnamento e l’esempio del Cristo, farsi prossimo con il povero, quale che sia la forma di povertà, è il primo dovere delle comunità religiose rispetto alla città».

L’ex sindaco di Firenze La Pira ha dato al rettore di Sophia lo spunto per parlare del dovere seguente: «Con profetica lungimiranza, La Pira ci indica un secondo “dovere”: quello di camminare insieme (si pensi all’importante, direi indispensabile cammino di sinodalità intrapreso al presente dalla Chiesa cattolica)». Con una doverosa nota di prassi: «Se “camminare insieme” si configura come il secondo dovere – dico dovere, non semplice auspicio morale – delle comunità religiose rispetto alla città, vale la pena chiedersi: da dove ripartire? Come garantire il “cammino comune” capace di generare «nuova vita» e dunque risposte adeguate ai bisogni dell’oggi della città? Come attualizzare il “cammino comune” se non tornando alla radice profonda che lo rende possibile?».

Ed ecco la via a un “patto di fraternità”, che trova una sua fondamentale esplicazione nell’incontro di Abu Dhabi: «Quale dunque il primo “contenuto”, se così possiamo dire, del patto, se non la fraternità? “In nome della fratellanza umana che abbraccia tutti gli uomini, li unisce e li rende uguali”, come recita il documento sulla fratellanza umana (Dichiarazione di Abu Dhabi, 4 febbraio 2019) è possibile dare nuova “forma” al patto. Una “forma”, usando ancora le parole del documento, “per cooperare tra di noi e per vivere come fratelli che si amano”. Tale solida radice permette di declinare il patto anche nella città, e nello specifico nei doveri delle comunità religiose verso la città».

Per approdare a un grande momento della “strategia evangelica” di papa Francesco, quel “Patto educativo globale” che è stato lanciato in piena pandemia. Argiolas è partito da una citazione conciliare: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla Vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore. La loro comunità, infatti, è composta di uomini i quali, riuniti insieme nel Cristo, sono guidati dallo Spirito Santo nel loro pellegrinaggio verso il regno del Padre, ed hanno ricevuto un messaggio di salvezza da proporre a tutti» (GS, 1). E ha continuato così: «Quella nostra, quella del Mediterraneo, come ogni autentica sfida globale, richiede di essere affrontata localmente, con intelligenza e consapevolezza, con lo sguardo spalancato sull’orizzonte dell’umanità intera. Solidità a questo processo potrà venire solo da un patto educativo globale che metta al centro l’umana fratellanza e faccia, del dialogo fra tutti, il metodo – nel senso di ὁδός (odós) via, cammino – per avanzare. Il tema dell’educazione è in fondo il leitmotiv, il comun denominatore delle diverse declinazioni appena accennate del patto: dimensione antropologica, comunicativa, culturale, economica, politica, generazionale, interreligiosa, pedagogica e sociale, tutte richiedono uno sforzo educativo importante e continuo».

E allora tocca tornare alla domanda di Giorgio La Pira: «Quale l’ideale da presentare alle nostre popolazioni, e non solo alle generazioni mature, ma alle generazioni giovani, che hanno tanto peso in una città?» (U. De Siervo, G. Giovannoni, G. Giovannoni, Giorgio La Pira Sindaco. Scritti, discorsi e lettere, vol. II (1955-1957), Cultura Nuova Editrice, Firenze 1988, pp. 145-146). Quando Papa Francesco il 12 settembre 2019 ha lanciato «l’invito a dialogare sul modo in cui stiamo costruendo il futuro del pianeta e sulla necessità di investire i talenti di tutti, perché ogni cambiamento ha bisogno di un cammino educativo per far maturare una nuova solidarietà universale e una società più accogliente» (Francesco, Messaggio del Santo Padre Francesco per il lancio del Patto educativo, Città del Vaticano, 12 settembre 2019), ha colto, ha spiegato Argiolas, «il segno dei tempi: offrire alle nuove generazioni una “educazione permanente”, urgenza del presente per “sognare” il futuro “con i piedi per terra”. L’impegno è arduo per tutti, ma la distanza tra ciò che siamo e il dover essere cui tendiamo, per la comunità cristiana, ha un nome: Gesù Crocifisso Risorto. È lui il Signore della storia ed è attraverso di Lui, “pupilla dell’Occhio di Dio” (Cfr. G. Rossé, P. Coda, Il Grido d’Abbandono. Scrittura, Mistica, Teologia, Città Nuova, Roma 2020), che possiamo guardare ai fratelli e alla storia per entrare nella comunione con Dio e nella comunione tra gli uomini e con l’intero creato. Sì, come discepoli del Vangelo, la buona e bella notizia rivolta a tutti, nella gioia e nella libertà, siamo chiamati ad annunciare e testimoniare che «Dio, in Cristo, non redime solamente la singola persona, ma anche le relazioni sociali tra gli uomini» (Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, n. 52).

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