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Il Centro Evagelii Gaudium coopera con le sue ricerche e le sue iniziative a sanare le fratture della società di oggi, in spirito radicalmente evangelico.

CEG: “Quattro anni a curare ferite”

(2 ottobre 2020)

1. Il 15 novembre 2016, a firma di Lorenzo Prezzi, su Settimananews è uscito un pezzo intitolato: CEG la sigla e l’istanza.

Vi si legge: “Capita raramente di assistere alla nascita di uno strumento teologico-pastorale. E, ancora meno frequentemente, succede che esso emerga non da un progetto scritto e da caselle di nomi e competenze, quanto dal dialogo che mette in comune pratiche e attese. Venerdì 11 novembre, prima della presentazione pubblica, otto persone si sono riunite in un ufficio: un paio di vescovi, tre teologi, un giornalista, esponenti del Movimento ecclesiale dei Focolari. Dopo la presentazione, è partito un confronto su come tradurre nella pastorale ordinaria le indicazioni di Papa Francesco nell’esortazione post-sinodale. Suggestioni in partenza timide e apparentemente scollegate, ma poi progressivamente integrate, pur provenendo da mondi diversi: Spagna, Italia, America Latina, con influenze tedesche. Era la prima riunione del comitato scientifico del CEG».

Dopo aver presentato il CEG, l’articolo continua: «Per dare un’idea degli orientamenti di sviluppo dell’iniziativa posso accennare a tre elementi», che mi paiono ancora oggi attuali e pertinenti:

  • «Il primo è relativo al superamento dell’orizzonte movimentista» (superamento cioè di una stagione di protagonismo non ancora integrato nella pastorale ordinaria dei nuovi movimenti ecclesiali). «Non c’è nessuna rimozione del patrimonio carismatico dei Focolari, né alcuna censura dei lavori formativi finora dati ai vari ambiti che ne definiscono l’identità, ma si tenta di allargare lo sguardo. Dopo il documento della Congregazione della Dottrina della Fede Iuvenescit Ecclesia, che sintetizza e ordina il rapporto fra carismi e doni gerarchici con l’intenzione di favorire l’inserimento della vitalità dei movimenti nella sfida evangelizzante che la Chiesa sta affrontando, il Centro Evangelii gaudium vorrebbe dare organicità e gambe all’inserimento dei movimenti carismatici nella pastorale comune (…). Vi è lo spazio per un’accoglienza della fecondità carismatica (non solo dei movimenti, ma anche delle famiglie religiose) e una disponibilità a sostenere una pastorale comune investita delle istanze di riforma ecclesiale di Papa Francesco».
  • «Il secondo elemento è quello della teologia e del dialogo con la cultura. L’originalità dell’Istituto universitario Sophia che certo non da solo si propone come l’ambito naturale di elaborazione e sperimentazione. Non si tratta di ignorare le specializzazioni teologiche, né di rincorrere le mille sfaccettature della ricerca scientifica nelle accademie, ma di far lievitare dentro il vissuto cristiano la capacità di comprensione, discernimento e operatività all’altezza delle attuali sfide».
  • «Infine, la questione pastorale. Vi sono qua e là resistenze esplicite alle sollecitazioni del Papa sulla riforma ecclesiale, ma il dato più preoccupante è lo scoraggiamento di molti, a partire dai presbiteri. Un senso di impotenza davanti alla consunzione degli strumenti tradizionali e alle difficoltà di rianimare le comunità credenti. Eppure, si avverte la possibilità di una stagione promettente, di nuove – seppur vaghe – domande spirituali (…). C’è un’opera di discernimento collettivo da avviare».

2. È una presentazione puntuale, lucida e condivisibile. In quest’ottica vorrei cercare di leggere il momento presente, a 4 anni ormai da quel momento, offrendo alcuni spunti appena per un discernimento che ci aiuti a compiere un importante passo in avanti: quasi una rapsodia, per dare un input a uno sviluppo ulteriore e a mio avviso più che mai necessario.

L’impressione forte, imposta dalla realtà che viviamo, è che il corpo e l’anima dell’umanità e del creato siano oggi piagati da ferite profonde, innumerevoli, purulente, provocate da un bellum omnium contra omnes (come diceva Thomas Hobbes) avvelenato per di più da un uso spropositato delle fake news. Una situazione grave e preoccupante: basta leggere quanto Papa Francesco ha detto nel suo discorso programmatico all’ONU il 25 settembre u.s., dove evoca la terribile immagine di un’umanità violata, ferita, priva di dignità, di libertà, di possibilità di sviluppo.

In questa situazione il prioritario e irrinunciabile compito teologico-pastorale è quello di vedere e assumere queste ferite – uso il linguaggio di Klaus Hemmerle – con occhi di Pasqua: vale a dire con il discernimento pasquale del Cristo Crocifisso e Risorto. È questione decisiva della sequela oggi. Allora quello che può emergere e che siamo chiamati a penetrare e declinare, è veder ricapitolate queste ferite in una Ferita che in sé le assume e in sé le ha già trasformate nella grazia di Gesù e ora le vuole trasformare storicamente – nella grazia assunta dalla nostra responsabilità – in feritoie di luce, di condivisione, di novità e di gioia. In una Pasqua che il Popolo di Dio, con la sua estensione universale, continuamente è chiamato a sperimentare nella coscienza e nella prassi.

È già qui la prima cosa che ci interpella: in queste ferite, ricapitolate nella Ferita, di fatto ci ritroviamo uno, pur nella distinzione come famiglia umana e comunità ecclesiale. Non possiamo e non dobbiamo più ragionare a compartimenti stagni: dobbiamo svestirci dell’autoreferenzialità ecclesiastica di chi si pone di fronte (quando non in contrapposizione) rispetto alle realtà del mondo. In queste ferite siamo uno, ci siamo tutti dentro fino al collo… fino ad attingere insieme, proprio lì, la grazia di Cristo. È questa un’indicazione che non è solo formale, ma di contenuto. Le ferite sono così profonde perché portano l’umanità di oggi, dopo un percorso secolare che ha sperimentato nel ’900 i suoi passaggi più dirompenti, a un punto di svolta. Siamo di fronte a un’urgenza che, dice Papa Francesco, ci farà uscire o peggio o meglio. Tertium non datur.

3. Vedo quattro grandi ferite che possono diventare feritoie dove ci troviamo insieme come famiglia umana e come comunità ecclesiale, pur salvaguardandone la distinzione perché siamo consapevoli di ciò che di gratuito e inestimabile portiamo dentro fragili vasi di argilla: il Vangelo, la Grazia di Cristo.

a) La prima è la ferita antropologica. L’interpretazione e la gestione dell’umano sono oggi a un punto di rottura, anche se non ce ne rendiamo conto a sufficienza: il chi è, il come va, il da dove viene e il dove va l’essere umano. La questione del femminile e del maschile, dell’identità di ciascuno e della relazione dei due, la questione del genere, la trasmigrazione da un genere all’altro…

b) Di qui, sempre a livello antropologico,Papa Francesco ha ripreso un’affermazione di Benedetto XVI: è il progetto creatore di Dio che è oggi messo in questione, il voler intervenire con hubris nel DNA stesso della creazione: l’inizio e il fine vita, l’ingegneria genetica, gli organismi cibernetici o bionici, la robotica, l’intelligenza artificiale …

c) E poi la ferita del pluralismo culturale, la sfida dell’unità nella differenza che per sé segna l’umano: a livello personale, socio-culturale, socio-politico, religioso….Conflittualità o incontro? Polarizzazione o armonizzazione? nella logica – dice Papa Francesco – del poliedro…Ferita a sua volta connessa con quella aperta dal rimescolamento dei popoli e delle società derivante dalle enormi proporzioni del fenomeno migratorio, che Papa Francesco – unico tra i leaders mondiali – discerne come “il segno epocale” della transizione in atto.

d) Quarta ferita è quella socio-ambientale. La Laudato sì ci offre un insegnamento fondamentale in merito. Papa Francesco confessa: «quando ad Aparecida i Vescovi brasiliani mi parlavano della questione Amazzonia mi chiedevo che cosa c’entrasse con l’evangelizzazione… adesso ho capito!».  La questione sociale collegata con la questione ambientale: due punti di rottura che diventano un unico punto di rottura. Una situazione che rasenta ormai la tragedia. Tutto sotto il manto di uno specifico paradigma, che Papa Francesco chiama tecnocratico, che come un rullo compressore – o sotto le mentite spoglie del miraggio consumistico – tutto livella e asserve.

4. Ed ecco la ricaduta ecclesiale di questa situazione che tutti ci accomuna. Crisi epocale l’ha definita Papa Francesco nel discorso alla Curia del Natale 2019. Da decenni lo dicono i più acuti osservatori: fine della cristianità. La pandemia è l’ultima spallata e mette il dito nella piaga. Il Card. Martini diceva che la Chiesa è in ritardo di due secoli: non so valutare temporalmente il ritardo, ma certamente quello ritardo accumulato è piuttosto rilevante.

Si stagliano però alcune piste abbastanza chiare d’impegno: che chiedono l’assunzione di responsabilità, di lettura sapienziale, di discernimento operativo e di profetica sperimentazione.

a) La donna nella Chiesa. Un posto – essenziale, è manco il caso di dirlo – che non va declinato in senso funzionalistico ma di vocazione, e cioè promozione della sua specifica identità antropologica ed ecclesiale secondo il disegno di Dio. Un nodo delicato e impegnativo. Nel ’95, durante la preparazione al Convegno ecclesiale di Palermo, mi permisi di dire al Comitato organizzatore: «in Italia la situazione è abbastanza tranquilla sotto questo profilo, ma in Germania, Svizzera, Austria… vogliamo aspettare che arrivi in Italia questa onda d’urto, perché non abbiamo fatto niente, oppure vogliamo cercare di fare qualcosa?». L’attenzione allora non ci fu. Né mi pare che in questi 25 anni sia stato fatto granché. Papa Francesco, oggi, ci dà segnali molto forti e precisi.

b) In secondo luogo, la struttura e la ritmica sinodale della vita ecclesiale. Penso anche soltanto al cammino sinodale della Chiesa in Germania che, visto dall’esterno, è difficile da interpretare perché siamo in un altro contesto culturale ed ecclesiale: ma attesta che vi è qualcosa che bolle in pentola e che può avere effetti dirompenti per la Chiesa non solo in Germania.

c) In terzo luogo, l’interpretazione e la gestione dell’autorità e del potere nella Chiesa. Un altro nodo irrisolto. Si pensi soltanto alla questione tragica degli abusi di potere e sessuali. Nella lettera al Popolo di Dio il Papa chiede aiuto. È una questione grave: fa leva su patologie istituzionali prima che psicologiche e riguarda in primis il personale ecclesiastico, la sua selezione e formazione. La figura nuova di Chiesa che ci attende dev’essere partorita con pazienza e fiducia nella grazia. Deve muoversi nella direzione non di mettere delle toppe nuove su un vestito vecchio, ma di ritinteggiarlo tutto, il vestito: come dicono i mistici, di bagnarlo nel sangue di Cristo:lo Spirito Santo (Caterina da Siena).

d) Infine, l’impegno prioritario espresso da Papa Francesco nel linguaggio della nuova tappa dell’evangelizzazione. Non ci rendiamo conto che come la figura di Chiesa sta vivendo un esodo, di conseguenza, la figura dell’annuncio del Vangelo vive anch’essa un esodo.

5. Vengono di qui in rilievo quattro linee d’impegno oggi imprescindibili nell’evangelizzazione  che pure faticano a prendere carne e a essere assunte dalla coscienza ecclesiale:

a) La prima è la coerenza e la radicalità: all’istituzione ecclesiale ed ecclesiastica viene oggi chiesta una coerenza che è espressione di radicalità come fiducia in Dio – non già come millenarismo integrista. “Chiesa povera e dei poveri” è la figura di questa coerenza. La Lumen gentium,al numero 8, ne parla per la prima volta in un documento di questo livello: la povertà viene assunta come cifra non solo del mistero cristologico ma del mistero ecclesiale e non è delegata a “operai specializzati” (i religiosi) perché la Chiesa tutta, come Popolo di Dio e come istituzione, non può vivere non viverla. Ma assistiamo ancora oggi  al triste spettacolo delle finanze e della gestione economica dei beni della Chiesa: una piovra che con le sue spire sembra soffocare la libertà di espressione della Chiesa universale, delle Chiese locali, delle diverse istituzioni ecclesiali.

b) La seconda è la dialogicità dell’evangelizzazione: l’aveva scritto in maniera profetica Paolo VI nell’Ecclesiam suam. Per noi è ancora un modus dicendi: sì, c’è un nuovo modo di esprimere il mandato missionario che è il dialogo, ma non ci crediamo fino in fondo, diciamo che è un modo laterale e complementare. No! È il modo della Rivelazione perché vuol dire, nell’annuncio, scoperta e valorizzazione dello Spirito Santo nell’altro, apertura a Dio nell’accadere del Regno nel “tra”della relazione.

c) La terza: la nuova tappa evangelizzatrice va declinata nella logica del lievito e della sinergia, dove il lievito è lievito, non riduzione al minimo comun denominatore, e ha la sua assolutezza ma relazionale, è sinergia, capacità di costruzione, fermento nel risveglio dell’apertura e del dono reciproco dell’altro.

d) E ancora, la necessità dell’annuncio come espressione di gratuità e non di proselitismo: in fondo in fondo, nel nostro inconscio, nella testimonianza e nell’annuncio puntiamo ancora troppo all’autoaffermazione, ad aggregare l’altro al nostro gruppo. Quando la missione supererà questa soglia, anch’essa antropologica e psicologica prima che teologale, entreremo in una nuova fase.

6. Queste quattro sfide aprono a una sfida più profonda. Paolo VI nella Populorum progressio dice che di fronte a queste sfide c’è bisogno di un nuovo pensiero e Papa Francesco, dalla Veritatis gaudium all’ultimo intervento all’ONU, sottolinea la necessità di cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta, un’opportunità reale per ripensare il nostro stile di vita e i nostri sistemi. Sì, occorre ripensare il pensiero (Edgar Morin): viviamo di una forma di pensiero che regge il nostro modo di vedere, operare, gestire che non è fino in fondo battezzata nella Pasqua di Cristo. A questo siamo chiamati: guardare a Dio, all’essere umano, alla creazione con occhi nuovi: gli occhi della Pasqua.

Il CEG ha un talento da trafficare, non può sotterrarlo. C’è bisogno, perché il talento venga trafficato con frutto, di investimento in energie, persone, tempo; c’è bisogno – nella logica di Dio – di poche risorse, molta immaginazione, tantissima perseveranza: perché sappiamo che la via che conduce al niente di fatto è lastricata di pie e buone intenzioni. Ciò significa non lasciare Sophia da sola. Impariamo a lavorare con sinergia: siamo ancora ciascuno tutti concentrati – direbbe Guicciardini – sul proprio particulare. Certo, così siamo convinti di lavorare per l’universale: ma senza renderci conto che il particolare, per essere universale, deve universalizzarsi (e cioè aprirsi e collaborare in sinergia) in concreto e da subito, intenzionalmente. Il rischio è di non promuovere ciò che dobbiamo promuovere e temporeggiare … e così l’occasione, il kairós, passa. Tornerà ancora?

Piero Coda

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