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L’Osservatore Romano del 26 febbraio 2020 – a cui rimandiamo per la lettura integrale – ha riportato un ampio stralcio del testo di Piero Coda, pubblicato da Città Nuova Editrice insieme ai saggi di Leonardo Becchetti, Ugo Morelli, Leopoldo Sandonà: Dialogo dunque sono. Come prendersi insieme cura del mondo

“ (…) La storia della cultura, e dell’autocoscienza umana che nelle forme culturali s’incarna, è retta da un complesso ritmo di continuità e novità, stabilità e rottura, in cui giocano, da un lato, la permanenza di ciò ch’è costitutivo della “natura umana” — per usare un lemma consacrato dalla tradizione, senza perderne di vista l’intrinseca plasticità — e, dall’altro, il dinamismo che storicamente la incarna di tempo in tempo. Attingendo via via, non senza riflussi e resistenze, livelli nuovi e più profondi di consapevolezza e configurazione. Ciò vale in modo significativo e pregnante per il dialogo. Esso, come ci ha invitati a verificare la riscoperta del “principio dialogico” nel XX secolo — non a caso in connessione con la riappropriazione del significato antropologico della rivelazione in pensatori che si rifanno all’eredità ebraica come Martin Buber e Franz Rosenzweig — è senz’altro una dimensione dell’esperienza umana le cui tracce e il cui esercizio sono coestensivi al prodursi della cultura. Perché essa è appunto, per definizione, l’articolarsi simbolico della relazione delle creature umane col Divino e tra loro, nello spazio cosmico e nel tempo storico.

Su questo sfondo, la nascita nel mondo greco della filosofia e l’accadere, nel mondo ebraico, dell’esperienza della rivelazione di Dio si profilano come un venire alla coscienza e alla parola della struttura e della vocazione dialogica dell’esistenza. È vasto e profondo, in effetti, il percorso che la filosofia greca, da un lato, le sapienze orientali, dall’altro, hanno provvidenzialmente e con ricca fecondità configurato in proposito: basti pensare alla maieutica esercitata da Socrate, all’arte del dialogo proposta da Platone, all’assunto di Aristotele secondo cui è la verità stessa a tracciare la via molteplice e insieme unitaria verso di sé, nella ricerca dei sapienti e degli amanti della sapienza; e insieme alle straordinarie intuizioni sapienziali e sociali del tao di Lao-Tzu e del dharma di Buddha.

In ogni caso, l’esercizio “sinodale” della filosofia così com’è disegnato, con accenti ineguagliabili, da Platone nella sua lettera VII, da un lato, e la dinamica dell’evento rivelativo come principio vivo di “con-vocazione” — qahāl, ek-klesía — dei molti nell’ascolto e nella risonanza molteplice e reciproca della Parola di Dio, dall’altro, sono attestazione emblematica dell’accendersi della vocazione dialogica della persona e della città. Ma si tratta di annunzi, di fari profetici che gettano i loro coni di luce a illuminare la direzione delle strade del futuro, senza però diventare decisivi nel determinare una cultura segnata dall’impronta e dalla vocazione al dialogo che ne evolva di concerto la declinazione concreta e il respiro universale. E ciò benché l’una e l’altra esperienza — quella della filosofia greca e quella della profezia ebraica — giungano a sperimentare nell’evento di Gesù Cristo e nella tradizione della Chiesa, soprattutto dei primi secoli, la possibilità di una dilatazione e di un approfondimento d’impensata e imprevedibile portata.

Perché il Dio di Gesù Cristo — lo intuisce l’apostolo Paolo nell’intelligenza ch’egli offre dell’evento cristologico — è Egli stesso, in Sé, dialogo dell’Abbà col Figlio, e viceversa, nella comunione inesauribile d’amore dello Spirito Santo che si partecipa agli uomini. È questa — secondo Paolo VI — «l’origine trascendente del dialogo» (n. 72): «Bisogna che noi abbiamo sempre presente questo ineffabile e realissimo rapporto dialogico, offerto e stabilito con noi da Dio Padre, mediante Cristo, nello Spirito Santo, per comprendere quale rapporto noi, cioè la Chiesa, dobbiamo cercare d’instaurare e di promuovere con l’umanità» (n. 73). Sono molti e complessi i motivi del ritardo o, meglio, della maturazione lenta e progressiva nell’assunzione della grazia che così è stata posta nelle mani dell’umanità.

 

(…) Oggi — è questa l’intuizione profetica del Vaticano II e di Paolo VI —, nel momento in cui la civiltà occidentale è sollecitata dal dischiudersi multipolare di uno spazio umano ormai concretamente universale a trascendere se stessa ospitando l’altro e a fare esodo da sé dimorando presso di lui, dalle viscere dell’evento cristologico custodito dalla Chiesa si annunzia un passaggio che corrisponde alle istanze emergenti dei “segni dei tempi”: il passaggio dal lógos al diá-logos.

Spiega Paolo VI: «Sembra a Noi che il rapporto della Chiesa col mondo (…) possa meglio raffigurarsi in un dialogo (…). Ciò è suggerito: dall’abitudine ormai diffusa di così concepire le relazioni fra il sacro e il profano, dal dinamismo trasformatore della società moderna, dal pluralismo delle sue manifestazioni, nonché dalla maturità dell’uomo, (…) fatto abile dall’educazione civile a pensare, a parlare, a trattare con dignità di dialogo» (n. 80). Questa nuova coscienza non contraddice quanto sin qui è stato, ma lo apre a un nuovo orizzonte d’attuazione simbolica e d’esplicito esercizio. Ciò, del resto, è in sintonia con il travaglio che lavora dall’interno tutti gli universi culturali. Tanto da far parlare Karl Jaspers e, al suo seguito, Ewert Cousins dell’annunciarsi di una nuova “epoca assiale”, in cui la tensione “centripeta” dell’identificazione delle diverse civiltà, a partire dalla loro matrice e forma religiosa, viene bilanciata e re-indirizzata dalla dinamica di un loro inedito e “centrifugo” relazionarsi.”

Dialogo dunque sono. Come prendersi insieme cura del mondo

Saggi di Leonardo Becchetti, Piero Coda, Ugo Morelli, Leopoldo Sandonà

Città Nuova Editrice, 2019, pagine 104

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