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D’improvviso. La via del “non”, a partire da Platone.

E’ appena uscito il primo volume della collana Tracce: D’Improvviso. La via del “non”, a partire da Platone, di Marco Martino, con una postfazione in dialogo di Vincenzo Vitiello e Piero Coda.

In luoghi cruciali dei suoi scritti Platone usa l’avverbio ἐξαίφνης, d’improvviso. La portata speculativa della parola è tematizzata nella terza ipotesi del Parmenide. Nei dialoghi di Platone dove il “d’improvviso” è in atto, mostra, nella successione temporale dell’esistenza, il suo carattere di rivolgimento, rovesciamento dall’uno all’altro di due estremi incompatibili. L’uso dell’avverbio ἐξαίφνης, secondo l’Autore, sembra indicare proprio questa direzione e a differenza di “ora”, “adesso”, “presente”, non nomina un contenuto dato, ma una presenza del presente, esso dice che qualcosa è accaduto: in un giorno, un minuto, un’ora, un secondo, non lo sappiamo ma è accaduto al di là di un campo di durata, e il “modo” dell’accadere è “improvviso”, non calcolato, spiazzante, imprevedibile, al più domandato ma mai posseduto; e purtuttavia qualche volta sembra essere vero il contrario: un “d’improvviso” lungamente preparato, cercato e quasi desiderato come un evento. Si chiede a giusta ragione Martino: «Indagare la portata esistenziale e speculativa, a partire dal pensiero di Platone, di un “d’improvviso” che sposta continuamente in avanti l’orizzonte a ogni nostro tentativo di approssimazione, mantenendo la sua irriducibilità e sottraendosi alla pienezza della determinazione di senso nel momento stesso in cui si propone, significa che il nostro tentativo è fallito ancor prima di cominciare?».

Commenta Vitiello: «Questa via comincia da Platone. Dal mito della caverna nell’esposizione di Martino, che, seguendo il “racconto” platonico, mostra la confluenza della “via del non” nell’improvvisa attimalità dell’apertura al vero: liberato dalle catene che lo tenevano legato nel fondo della caverna, il prigioniero, nell’istante in cui vede le cose alla luce del sole, s’accorge che esse sono non così come le vedeva prima nel buio, mere immagini sulla parete della caverna. “Non così”, altra dictio di cui Martino fa uso lungo l’intero saggio: altra, ma non terza, perché “non così” spiega il “no” integrandolo. Il senso e la ‘necessità’ di questa integrazione, che l’autore introduce commentando il mito platonico, ha un’importanza fondamentale per la “logica”, esponendone insieme con la ragione (Grund) il limite. A giusta ragione Martino si richiama alla VII Lettera di Platone, al problema dei problemi lì posto: come fare esperienza della “cosa della filosofia”, tò prágna tês philosophías, che non è assolutamente dicibile come le altre conoscenze (oudamôs réton hos álla mathémata)”? […] È a questo livello problematico, ove il pensiero si pone il problema del limite, del suo proprio limite, che sorge la domanda che, esplicitamente o implicitamente, attraversa tutto il libro di Martino: quale lo spazio d’apertura dell’accadere improvviso del “non così”?». Secondo Piero Coda «Marco Martino, in verità, non solo l’addita, questa via, ma ne indica con perspicacia la traccia decisiva: quella del “non”. Perché esso, il “non”, che occhieggia imperativo nell’irruzione dell’ἐξαίφνης a interrompere la presa del λόγος, afferra definitivamente la carne e il sangue del pensiero e della libertà nel lacerante “perché?” nell’abbandono gridato dal Cristo sulla croce. Attestando ἐφάπαξ che il pensiero/libertà che nella πίστις s’apre all’avvento, in sé, dell’Altro da sé, risuscita δωρεάν, proprio così – in quell’ontologico e drammatico “non” – al “sì” d’un nuovo esercizio da cima a fondo segnato dalla logica della relazione: quella del Padre al Figlio, e viceversa, nel soffio d’incessante novità dello Spirito. Alba d’un giorno nuovo che, nel mezzo certo del chiaro-scuro della storia, più non conoscerà alla meta ombra di tramonto».

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