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Echi dopo il primo semestre a Sophia

Conclusi i corsi del primo semestre, abbiamo chiesto ad alcuni studenti di descrivere in poche frasi la loro esperienza a Sophia.

 

Marilene, Burundi – II anno, Scienze politiche

Ho conosciuto Sophia attraverso il Centro di ricerca Sophia Global Studies. La sua metodologia mi ha fatto intuire che avrei trovato ciò che stavo cercando: una università che non offrisse solo un diploma, ma un cambiamento del pensiero. Da quando sono arrivata molte cose sono cambiate in me, mi sono ritrovata più pronta all’ascolto, più aperta. Ad esempio, studiando economia ho capito che non basta riflettere sul sistema economico del mio Paese o sul capitalismo in generale… Cerchiamo di entrare nella realtà, nei problemi e nelle sfide, senza fermarci a quel livello. Per questo è importante anche lo studio della teologia e della filosofia.

Mi sono impegnata anche in “Together for a New Africa”: è un percorso che approfondisce un nuovo modello di leadership, perché l’Africa ha bisogno di nuovi leader! Di progetti di formazione alla leadership ne esistono dappertutto, ma in questo sento che si respira lo spirito di Sophia e il sogno di una nuova Africa. Abbiamo appena concluso la seconda Summer School a Nairobi, con altri 100 giovani africani. Sono felice, non perché sia tutto semplice, ma perché ne vale la pena.

Amine, Algeria – I anno, Scienze politiche

Sono passati 5 mesi dal mio arrivo. Ho dovuto superare una difficoltà dopo l’altra: le procedure di visto, le spese di viaggio e di soggiorno, ma sono riuscito a realizzare questo sogno, perché credo che studiare in una università come Sophia sia per me come una vocazione. Ho scelto scienze politiche non per imparare ad esercitare il potere, ma per avvicinarmi a quella sapienza di cui c’è una necessità estrema. Trovo che uno degli aspetti innovativi a Sophia sia la bellissima relazione tra studenti e professori. E’ così che Sophia prepara nuovi leader e ciò è evidente anche nelle numerose iniziative che ci vengono proposte, come il recente progetto Erasmus in Turchia che ci ha permesso di incontrare gruppi di rifugiati siriani.

L’incontro fra diverse culture e religioni mi ha fortificato e arricchito, fino a trovare la pace interiore. Anche l’udienza di Papa Francesco in novembre è stata un momento molto speciale: mi ha detto “Prega per me”. A volte mi manca la preghiera nella moschea e la chiamata del muezzin, ma posso pregare nella mia stanza e sento che Dio è più vicino a me della vena giugulare, come dice il Corano.

Gaudia, Cina – II anno, Cultura dell’Unità

Ho lavorato nella scuola primaria e so che educare non significa solo trasmettere conoscenze ai bambini, ma valori e sapienza. Per me Sophia è un laboratorio dove esercitare ogni giorno il pensiero, il cuore, l’azione. Spesso, in Cina, per l’alto sviluppo tecnologico acquistiamo dei comportamenti meccanici, inespressivi e c’è un grande vuoto. Per questo mi sento grata di trovarmi qui e di poter conoscere questo Dio che ci parla con il Suo Amore. Penso sia questo ciò che cerchiamo, anche in Cina.

Facciamo un’esperienza intensa perché cerchiamo di condividere e di tradurre in pratica quanto impariamo in aula e nella vita quotidiana e questo è un esercizio di dialogo, di rispetto reciproco che ci sarà molto utile tornando nei nostri Paesi. Certo, ci rendiamo conto delle nostre diversità e tante volte non è facile, abbiamo background e modi di esprimerci così diversi! Eppure con il tempo arriviamo a capirci veramente. Nessuno può sostituire l’altro in questa dinamica, come nel gioco del Lego si possono mettere insieme forme diverse ma serve uno scavo continuo, esercitandoci nell’amore reciproco.

Don Giacomo – I anno, Ontologia trinitaria

È paradossale pensare come, in 6 mesi appena, Sophia sia riuscita ad essere qualcosa di talmente personale che non posso prescinderne quando parlo di me. È un’esperienza unica. Qui il sapere apre alla relazione e perciò alla fraternità: la peculiarità è quella di coniugare vita e pensiero, con quella mistica quotidiana che caratterizzò l’esperienza di Chiara Lubich. È un circolo ermeneutico che non permette di vivere in compartimenti stagni; apre a una relazione di unità che genera la bellezza della vita. Tutto questo mi rigenera, perché è un sapere che forma non solo alla vita professionale, ma anche la coscienza personale. In questo senso potrei dire che è l’università del futuro. La ricerca della professionalità è legata alla “vocazione per l’umano” di ciascuno, e questo permette di formare una nuova generazione di teologi, politologi, economisti e professionisti in genere.

Ringrazio chi mi ha dato la possibilità di conoscere tale realtà e di poterla sperimentare. Mi rendo conto di avere davanti a me ancora tanto lavoro, ma sono certo che questo tempo non è una parentesi, è un trampolino di lancio.

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