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Alla Federazione della stampa cattolica francese: “Médias et proximité”

Dal 22 al 24 gennaio Cristina Montoya, ricercatrice e docente di Comunicazione a Sophia, della Colombia, ha partecipato a Lourdes alla XXIV edizione delle “Giornate di san Francesco di Sales”, l’appuntamento promosso dalla Federazione della stampa cattolica francese per giornalisti e comunicatori, in collaborazione con il Dipartimento per la comunicazione del Vaticano. Il tema scelto quest’anno riguardava la prossimità. Diamo spazio ad una sintesi del suo intervento. 

«Parlare di prossimità significa parlare di vicinanza, di una distanza ridotta, e anche di calore e tenerezza. Se è così, può esistere una comunicazione di prossimità? E può una comunicazione di prossimità dare un timbro specifico alla forma sociale? Una premessa a mio parere essenziale: la nostra non è semplicemente la società di ieri che oggi è popolata dalle nuove tecnologie. E’ un assetto sociale nuovo, una rete di reti, segnata dalla fluidità organizzativa e dal costante cambiamento, che arriva fino a definirsi a prescindere dell’umano. Ma è anche un tempo in cui emergono due nuovi soggetti: i giovani e il pianeta, entrambi abitanti fragili, diventati simbolo ed amplificazione di un improrogabile messaggio d’interdipendenza, “inedito possibile”, come direbbe Paulo Freire.

In questo scenario frammentato che chiede non solo un nuovo oggetto del pensare, ma un nuovo pensare, decidere di lavorare per una cultura della prossimità e dell’incontro, reclama anche una comunicazione di prossimità, capace cioè di generare relazioni sociali di qualità. Cosa intendo? Penso ad azioni comunicative capaci di generare e rigenerare narrative, percorsi, scenari nella direzione del reciproco riconoscimento, della solidarietà, dell’accoglienza, della stima reciproca, dell’intesa.

Sono colombiana e non posso non tornare di continuo al mio Paese: dopo più di 54 anni di conflitto, quando è stato il momento di decidere se ratificare o no l’accordo di pace, i mass media colombiani abbiamo assistito ad una sorta di equilibrismo: una fonte spingeva per il sì e un’altra per il no, e poi c’erano quelli della sinistra e quelli della destra, quelli della chiesa e quelli contro la chiesa. Il discorso mediatico ha prodotto una cortina di fumo che ha nascosto ciò che davvero è il cuore della nostra storia, della nostra cultura: quella Colombia profonda, indigena, nera, meticcia e disuguale, quella che cerca di emergere di continuo dalle lacerazioni.

Davanti a parole che non riescono più a spiegare la realtà, chi opera nella comunicazione avverte che gli stessi fatti, pure indispensabili per comprendere quello che accade, non sono elementi isolati e ci chiedono uno scavo più profondo, per far emergere le relazioni sociali che li connettono, che ne sono la radice. Ci chiedono di superare quel pensiero digitalizzato che divide tutto in categorie binarie – uno e zero, e passare da uno sguardo esterno ad uno sguardo “dal di dentro”, per così dire. Ne viene una storia differente, ancorata non più solo alle emozioni.

Spostare il baricentro dalla tecnologia all’antropologia significa uscire dal mito della neutralità, dell’equidistanza, e implica trovare il proprio tono, il proprio colore nella narrazione. Ciò che propongo è arrivare a conoscere la realtà mediante un dialogo a più piani: il primo è quella “conversazione interiore” di cui ha palato Margaret Archer, un dialogo cioè che avviene dentro ciascuno, che precede l’azione e chiede un profondo allenamento dell’intelligenza del cuore. Tale dialogo, poi, è seguito dalla “conversazione tra noi”, dal guardare insieme alle circostanze e ai rapporti: è una conversazione che, prima di porre domande scomode, di evidenziare i limiti e le fragilità, contiene in sé l’altro. Gli effetti? Non solo likes o followers, ma relazioni.

C’è un altro aspetto che mi sta a cuore: una comunicazione di prossimità ti porta nella concretezza dei contesti sociali, economici e politici, con le loro asimmetrie e contraddizioni. E mette la comunicazione al servizio degli ultimi, per dare voce e visibilità a coloro che normalmente restano non visti e non ascoltati. Lo sappiamo, è una pista che fatica a trovare spazio nelle redazioni… E per questo chiede creatività e professionalità ancora maggiori, ma in tanti siamo convinti che proprio questo contributo, dal punto di vista della comunicazione, sia più maturo e arrivi a illuminare, ad esempio, oltre la povertà del povero, la straordinarietà di ogni essere umano che ha sempre una storia “sacra”.»

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