Un commento al “Documento sulla fratellanza umana” sottoscritto lo scorso 4 febbraio 2019 da Papa Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar, Ahmed Al-Tayeb. Scrive Bernhard Callebaut, docente di Sociologia delle Religioni a Sophia, membro di ‘Wings of Unity’ per il dialogo tra cristiani e musulmani sciiti.

 

Abu Dhabi 4 febbraio 2019, una data che farà storia, com’è stato per l’incontro interreligioso di Assisi del 27 ottobre 1986. Forse non ce ne rendiamo conto, ma per le generazioni nate dopo quell’evento nella terra natale di san Francesco, lo scorso 4 febbraio potrebbe diventare il nuovo punto di riferimento. Tanti ricordiamo le immagini della piazza antistante la Basilica di Assisi che nel 1986 fecero il giro del mondo, con i rappresentanti delle diverse religioni del pianeta, convocati da Giovanni Paolo II, che pregavano insieme.

È il caso di dirlo: l’immagine era il messaggio. Non saprei dire se i padri conciliari che consegnarono nel 1965 alla Chiesa universale la Dichiarazione sui rapporti con le altre religioni “Nostra aetate” abbiano sognato che un giorno si sarebbe celebrato un evento profetico come quello. Ed ora, nel 2019, Abu Dhabi. Chi l’avrebbe immaginato, nel clima di conflitto in cui ci troviamo immersi, gli attentati in Occidente, la paura diffusa, che un Papa venisse accolto a braccia aperte nel cuore della penisola arabica?

Già si è detto molto, ma vorrei aggiungere qualche nota. Tempo fa, ho sentito presentare questo interessante argomento in occasione di un seminario di studio dedicato al tema: il relatore affermava che, seppure in un cupo contesto in cui emergono gli estremismi religiosi, è comunque in atto un evidente processo di dialogo tra le fedi, un processo in cui a dialogare, precisava, sono le persone, non tanto le religioni. Il senso di questa puntualizzazione stava, mi pareva o almeno così lo percepivo, nel sottolineare che è difficilissimo che le religioni cambino, invece le trasformazioni sul piano personale, quelle sì sono possibili.

Qualcosa però, in questa narrazione, mi lasciava insoddisfatto. Per la mia esperienza sul campo e nell’accademia, anche a Sophia, avvertivo che c’era altro da dire. Certo, le religioni sono animate dalle persone che nel presente danno spazio alla fede nella loro vita. Ma rappresentano anzitutto qualcosa che ci precede e che avrà continuità anche dopo di noi. Fanno parte del “mondo delle idee”, ma non per questo sono meno reali.

E’ vero, dunque, che le religioni in se stesse non possono cambiare, evolvere? I giorni di Abu Dhabi hanno riacceso in me queste domande. E mi hanno suggerito una nuova risposta: non solo le persone ma anche le religioni cambiano. Così come ha scritto in questi giorni Piero Coda, teologo, preside di Sophia, rispondendo ad un’intervista: «Le religioni non sono un sistema chiuso, dato una volta per tutte, ma sono in cammino, crescono».

Le religioni crescono, le religioni camminano. Idea che si fa più chiara sulla scorta di una osservazione che ho raccolto da un altro amico teologo, quando tempo fa mi disse, perplesso, che da decenni non si scorgeva all’orizzonte alcun passo avanti nella comprensione teologica del dialogo interreligioso. Lo stesso Giovanni Paolo II, pochi giorni dopo Assisi 1986, davanti alle reazioni negative della frangia lefevriana della Chiesa di allora, aveva detto: “Ora dobbiamo capire cosa abbiamo vissuto, dobbiamo approfondire la teologia di quello che abbiamo vissuto, altrimenti l’esperienza fatta non porterà frutto”. E se non si comprende in profondità quanto sia decisivo questo dialogo per il cristianesimo stesso, come sarà possibile che questo processo prosegua e superi le ‘intemperie’?

L’evento di Abu Dhabi, l’abbraccio e il documento firmato da papa Francesco e l’imam Al-Tayeb il 4 febbraio scorso davanti a 700 alti rappresentanti delle religioni, segnala che siamo davanti ad una nuova tappa, ma richiama anche la necessità di proseguire nell’approfondimento di quanto è accaduto, sul piano teologico e non solo. Nuove sintesi di pensiero suscitate dalle domande del presente, presto o tardi interrogano anche l’esperienza religiosa e la conducono verso nuove comprensioni, spesso determinanti.

Due osservazioni. La prima. Se l’evento di Assisi ’86 non aveva in effetti prodotto un documento che ne abbia espresso tutta la forza, ora l’incontro di Abu Dhabi ha trovate parole condivise. Parole maturate nel lavoro preparatorio di un anno, di discussioni e preghiere – ha precisato papa Francesco raccontando qualche retroscena.

La seconda osservazione. Si legge nei gesti, nel linguaggio, nel titolo del documento sottoscritto, un humus comune legato ad una vena antica, che suona nuova per il contesto mondiale che ci circonda: la fratellanza umana. Un modo di declinare la questione del dialogo, davanti agli estremismi di oggi, che appare all’altezza delle attese del nostro tempo. Si moltiplicano le personalità religiose che adottano questo nuovo stile, ma, per rimbalzo, cresce anche la percezione che siano le stesse religioni a muoversi. E questa è una grande notizia. Perché questo passaggio dalla volontarietà individuale all’esperienza collettiva è decisivo: le persone passano, le istituzioni sociali permangono.

Il fatto che papa Francesco e l’imam Al Tayeb chiedano che si studi e si trasmetta il loro messaggio alle nuove generazioni, annuncia una nuova stagione. Direi che si è aperto un cammino comune, frutto di una nuova luce e di una nuova creatività al cuore stesso di ciascuna delle due religioni, e non solo. E se a Dio piace che uomini e donne di religione possano camminare in fraternità, non ha meno valore che la fraternità divenga il cammino anche delle fedi religiose.

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