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“Il senso dell’uomo nell’universo”: un dottorato su Piero Pasolini

A Sophia le occasioni in cui avvicinarsi al pensiero di Piero Pasolini (1917-1981) si susseguono. A questo eminente uomo di scienza, infatti, è intitolata dal 2016 anche una delle Cattedre tematiche di Sophia, costituita per esplorare il rapporto tra razionalità scientifica e ontologia. L’ultima occasione in ordine di tempo è dello scorso 6 dicembre 2019, quando Albino Dell’Eva, sacerdote trentino, ha concluso il suo Dottorato di ricerca con una dissertazione, premiata con il massimo dei voti, dal titolo: “Il senso dell’uomo nell’universo. Interpretazione scientifica ed intelligenza della fede: il contributo di Pero Pasolini alla cultura dell’unità”.

 

Che cosa ha giustificato da parte sua una ricerca dottorale su Piero Pasolini?

Anzitutto è stato l’interesse per la capacità di dialogo che Piero Pasolini ha saputo intessere lungo tutta la sua vita tra temi scientifici e ricerca religiosa: una cosmovisione in cui l’umano, la dimensione cosmica e quella trascendente trovano collocazione in una originale visione unitaria. In secondo luogo, ciò che colpisce lo studioso è soprattutto la sua ricerca del senso delle cose, del posto che l’essere umano occupa nella storia, vero leitmotiv della sua vita, mentre si convince che ciò che ha da dirgli la sua esperienza di fede non può fare a meno dell’impresa scientifica, anzi, che queste due vie di conoscenza, opportunamente messe a confronto, si possono integrare in un quadro più rispettoso della natura pluridimensionale della realtà e della verità.

Il mio lavoro non è il primo; il percorso di Piero Pasolini ha già saputo richiamare l’interesse di molti, soprattutto tra i giovani, oltre quello di studiosi che gli hanno riconosciuto una particolare capacità di parlare di scienza, e di farlo in un periodo che vedeva contrapporsi le diverse anime culturali della società italiana, quando il tema dell’unità tra i saperi non solo non era frequentato, ma spesso contrastato e deriso. Anche questo fa di Piero Pasolini un personaggio con un profilo specifico in ambito accademico.

Alle ragioni scientifiche si aggiungono altre ragioni di tipo personale?

E’ così: non ho mai conosciuto personalmente Piero Pasolini, ma fin da ragazzo ero un assiduo lettore di ciò che scriveva nella rubrica dedicata alla scienza su una rivista che arrivava regolarmente in casa. E’ stata quella lettura a condurmi a scegliere la facoltà di fisica; ed è stata proprio la sua attenzione ad un orizzonte più ampio che ha fatto breccia nella mia vita. Ho visto in lui la possibilità di interpretare la scienza non come risposta totalizzante e autoreferenziale, ma come una forma di conoscenza aperta, che sa fermarsi al limitare del suo ambito d’indagine e riconosce la plausibilità e la necessità di altre forme.

Le successive ricerche che ho fatto sono state come la chiusura di un cerchio fino agli anni del dottorato, che mi ha permesso di sistematizzare ciò che avevo acquisito in sede di tesi di licenza, di definire meglio i contorni e i contenuti della sua Weltanschauung, di individuare le fonti che lo hanno ispirato, soprattutto il legame fondativo con la luce sapienziale che gli viene dal carisma dell’unità di Chiara Lubich. Devo dire che, in questo progressivo avvicinamento, è stato decisivo frequentare Sophia e in particolare arrivare a condividere quello stile che è richiesto a chi vi prende parte, con un patto di reciprocità tra studenti e con i professori, che obbliga ciascuno, nella libertà, a farsi spazio di accoglienza.

Con quali risultati?

Sono difficili da quantificare. A Sophia ho potuto accedere a fonti del mio autore che prima mi erano sconosciute, a testi non pubblicati, entrando nel suo orizzonte di vita e di pensiero anche attraverso alcune figure tra i professori che lo avevano conosciuto personalmente, come Piero Coda, Sergio Rondinara e Paul O’Hara. Ma stare per un anno a Sophia e nella cittadella di Loppiano che la ospita, mi ha guidato oltre, fino a “pensare con” Pasolini, potrei dire, perché anche il suo pensiero era frutto del “vivere con” i fratelli e le sorelle. Oggi mi chiedo se non sia proprio questo il principio architettonico che sostiene l’intero l’esercizio del suo pensare e che ne informa i contenuti.

E dal punto di vista del contributo ad una cultura dell’unità?

Va riconosciuto che sia nel campo scientifico che in quello filosofico e teologico, egli ci ha lasciato solo delle intuizioni. Per questo ho preferito concludere la mia ricerca parlando della sua impresa come di un cantiere aperto, con un’immagine che attribuisce alla sua opera la forza di un battistrada, di un pioniere, di chi tenta l’apertura di vie nuove, che attendono di essere verificate e consolidate. Ma il fatto di essersi esercitato per una vita intera a perforare la superficie più esterna delle cose, patrimonio indiscusso delle scienze, e a scendere in profondità attraverso i vari livelli di realtà che solo la filosofia e la teologia sanno indagare, lo propone come un esempio a chiunque sente il bisogno di andare al cuore dell’essere. Sotto questo profilo, il suo contributo all’elaborazione di una cultura dell’unità può essere considerato decisivo.

(a cura di Daniela Ropelato)

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