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Intervista a Piero Coda a 12 anni dalla fondazione di Sophia

Città Nuova online ha pubblicato in questi giorni un’ampia intervista al primo preside di Sophia, che invitiamo a leggere per intero sulle pagine del sito del mensile: “un bilancio di una realtà accademica, basata su Sapienza e studio, piccola ma di grandi potenzialità”. L’intervista, con il titolo “La novità culturale di Sophia”, è stata curata da Giulio Meazzini.

 

Come è cominciata per lei l’avventura di Sophia?
Nel giorno di inaugurazione dell’Istituto Superiore di Cultura, il 15 agosto 2001, Chiara Lubich fece il discorso che è diventato la magna charta di Sophia, e a bruciapelo mi disse: «Tu sei il rettore, presentati agli studenti». Così cominciò per me l’avventura. Quattro anni dopo, l’11 settembre 2005, ricevetti la telefonata di Eli Folonari (segretaria di Chiara, che già allora non stava bene), la quale mi disse: «Chiara è contenta che tu coordini il progetto della nostra università. Ti fa un bel sorriso». Quel “bel sorriso” è per me l’immagine con cui Chiara guarda a Sophia.

Quale molla ha spinto Chiara a far nascere l’università?
Lei ha sempre visto che la vita secondo il carisma dell’unità è una scuola di Sapienza. C’è però voluto un cammino di anni: l’Opera di Maria doveva diffondersi nel mondo, e soprattutto doveva nascere la Scuola Abbà, che studia il carisma dal punto di vista teologico, culturale e sociale. La sorgente ultima di Sophia è l’esperienza di luce donata a Chiara nel ’49, ma quella immediata è la Scuola Abbà.

Rischiate di essere una nicchia preziosa, ma poco significativa?
Il rischio c’è. Nel novembre 2018, tirando le somme di questi anni, ho posto al Centro dell’Opera di Maria questa domanda: vogliamo che Sophia rimanga un bonsai ricco di frutti ma minuscolo, oppure che si sviluppi a tutto tondo come Chiara voleva? È stata confermata la seconda scelta: di qui un programma di investimento in risorse (strutturali, finanziarie e di personale) per un “laboratorio di università” che ha potenzialità enormi.

Un bilancio di questi 12 anni?
La risposta degli studenti è stata, nella quasi totalità, meravigliosa. C’è una sintonia incredibile tra l’intuizione di Chiara e le esigenze dei giovani di oggi. Una difficoltà, necessaria, è stata quella di avere pazienza, di non bruciare le tappe. Un’altra sfida decisiva è stata implementare l’inter e la trans disciplinarietà, indispensabili per un’unità non uniforme, ma plurale e ricca.

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