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La pandemia COVID-19 ha cambiato il mondo in tutti i modi. Politiche e leggi, progetti a tutti livelli (comunale, nazionale, regionale e internazionale) sono stati messi a dura prova. La domanda: ‘cos’è essenziale’, ha rovesciato e ristrutturato fondamentali scelte pubbliche e private, a livello micro e macro. Tante strategie finora utilizzate per governare sono state messe in discussione da questo semplice interrogativo, hanno dovuto essere ridefinite a partire da questa domanda: cos’è essenziale? La pandemia infatti ha costretto a offrire solo servizi essenziali, e la domanda è diventata: chi può definire se davvero quei servizi sono essenziali? Servizi che erano diversi da un continente all’altro, da un Paese all’altro, da una regione all’altra.

La difficoltà, l’interrogativo acuto ci tocca prima di tutto a livello personale: ognuno di noi deve chiedersi che cosa sia essenziale in un momento di crisi globale. Forse fino a poco fa potevamo pensare che fosse essenziale fare un po’ di vacanza, guardare ogni tanto una partita di calcio, avere una macchina, una casa, poter visitare i propri parenti, avere cibo a disposizione, l’acqua, un lavoro, potersi curare, ecc. Oggi non è più così. La grande domanda resta: su quale base definiamo cos’è essenziale per noi? Un tentativo di risposta nella mia vita, nel mio lavoro, viene dalla cultura dell’unità, perchè – ne sono consapevole sempre di più – un legame universale, che viene dalla nostra comune fraternità in Dio, connette in modo forte la vita dell’umanità anche nella pandemia.

Questo mi guida a ridefinire ciò che è essenziale in questo momento di “notte”. Questa stessa domanda muove gli abitanti del pianeta, chi lavora nelle istituzioni grandi e piccole, i capi di Stato e gli uomini di governo, i responsabili delle attività economiche, chi ha la responsabilità di una famiglia, etc. E mi sono accorto che, a livello politico, quest’idea richiama e mette in discussione il concetto di “partecipazione”. Nessuna istituzione infatti può definire da sola i servizi essenziali: c’è bisogno di ascoltare, di coinvolgere, di condividere, in un momento in cui nessuno ha un’idea chiara di quello che si deve fare.

Un’altra domanda: dare solidarietà ha un prezzo, chiede di sacrificare qualcosa. Siamo pronti? Quanto, cosa sacrificare a livello personale, come famiglia, come città, come nazione, per offrire una risposta solidale comune? Chi definisce i sacrifici da fare?

Qualche mese fa sono stato scelto per far parte di un comitato delle Nazioni Unite per la gestione umanitaria della crisi provocata dalla pandemia – Interworking Cluster Group for Humanitarian Community in South Sudan. E’ stato un privilegio: ho potuto partecipare alla definizione dei servizi, delle missioni essenziali che abbiamo continuato ad offrire anche in questo tempo drammatico. E devo dire di aver sperimentato l’unità nella diversità a livello di enti internazionali. Ognuno leggeva la realtà secondo la sua provenienza, i suoi studi, la sua esperienza. E, come ha detto il coordinatore di questo team di 30 persone: ‘tutti noi avevamo ragione, non c’era vero e falso in quello che ognuno diceva, ma era obbligatorio scegliere solo quello che era essenziale e fattibile’. E’ una esperienza che continua ogni giorno, sulla base di una grande fiducia reciproca. Quello che mi tocca di più è vedere che anche una comunità così varia riesce a trovare un’unica direzione quando ognuno rinuncia a qualcosa per accogliere l’idea dell’altro. Per il bene degli uomini e delle donne che vogliamo servire.

Questa esperienza ha fatto crescere anche la mia passione per lo studio, pensando a quanti stanno affrontando queste grandi sfide: le famiglie, i sindaci per le loro comunità, i governi per i loro cittadini. E’ un tempo nuovo: non si tratta più di scegliere fra il giusto e l’ingiusto, ma di scegliere l’essenziale fra cose che sono tutte, in fondo, giuste.

Melchior Nsavyimana
Dottore in Relazioni Internazionali, Sophia – United Nations Humanitarian Air Service South Sudan

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