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La morte di Willy

La morte di Willy. La morte, tremenda, di Willy.
di Sara Felli*

Tremenda per lui che ha dovuto negli ultimi istanti della sua giovane vita sopportare dolori atroci, solitudine, ingiustizia… e, per primo ed in prima persona, il buio silenzio del più grande interrogativo: perché? Tremenda per la sua famiglia alla notizia dell’accaduto e per tutti i giorni a venire. Tremenda per le comunità coinvolte: i tre paesi, Colleferro, in cui Willy stava trascorrendo una serata di fine estate ed in cui è morto; Paliano, il paese in cui Willy viveva ed Artena dove sono cresciuti e risiedevano, prima del trasferimento a Rebibbia, i 4 o più ragazzi coinvolti nell’omicidio. Tremenda per le loro famiglie a prescindere se si pongano a difesa o meno dei loro figli. Tremenda per gli altri coetanei, forse amici, conoscenti delle due parti formatesi – improvvisamente o meno, per paura o per scelta presa – quella sera che hanno assistito, che sono rimasti a guardare, che prima o dopo sono passati di lì, da quella piazza, in centro. Tremenda per chi ha ascoltato la notizia nei luoghi più diversi della propria quotidianità, magari lontana km da quel territorio della provincia romana. Tra questi, io che sto scrivendo; ma, devo confessare, la morte di Willy non mi è entrata dentro come le morti di altrettanti – soltanto nella brutalità simili – efferati omicidi, anche solo di questi ultimi mesi e che, invece, nella loro unicità perché riguardanti persone, mi hanno raggiunto. Seppur abbia ascoltato e sofferto, pregato e sperato per ciascuna di quelle “notizie”, in quanto reale ed estremo dolore per altri esseri umani e reale strappo alla fraternità umana, adesso la morte di Willy molto più fortemente mi interroga, chiamandomi per nome a rispondere. E ciò perché quei tre paesi sono parte del mio territorio. Nata e cresciuta, fin quasi ai 30 anni, in una cittadina confinante, conosco quei luoghi, la loro storia, il clima sociale e culturale che si respira.

Dove eravamo mentre gli assassini di Willy crescevano? “Dov’è tuo fratello?” (Gen 4,9)

La domanda che incalza non è “come è potuto succedere?”; purtroppo già tre anni fa, quelle stesse zone, si erano risvegliate dal torpore e dall’inganno di essere ancora “un piccolo mondo antico”, dove azioni siffatte non sono contemplate. Lo ricordo per quanti ne avessero perso la memoria: a Tecchiena, frazione di Alatri – in provincia di Frosinone sì, ma a pochi km da Colleferro – un pestaggio simile – sempre nell’accezione prima specificata – tre anni fa aveva causato la morte di un altro giovane, Emanuele Morganti. Allora, come oggi, si era divenuti più coscienti che quel territorio – insieme di piccoli paesi dove la gente si conosce, dove il controllo sociale è fatto di rapporti a più livelli – stesse rapidamente o fosse già cambiato, per cui ciò che un tempo aveva formato persone e comunità incapaci di concepire e mettere in atto tali crudeltà non fosse più sufficiente, non fosse più capace di far fronte ai pericolosi virus in circolazione. Perciò, se il precedente caso, ci aveva già rivelato su quale “polveriera siamo seduti”1 –, ancor di più di allora non è la seppur necessaria indignazione di un “come è potuto accadere?” a prevalere, ma altra la domanda che non mi lascia in pace: dov’ero mentre crescevano questi ragazzi capaci di uccidere e di uccidere brutalmente? Cosa ho fatto con i miei amici in gioventù impegnati nel volontariato, nella formazione delle generazioni che seguivano? Cosa è rimasto di quelle azioni con cui ci sembrava allora di avere in mano le chiavi della nostra città, perché capaci di aggregare sempre più giovani di estrazioni sociali e culturali diverse intorno a progetti di cambiamento sociale e di solidarietà?

E la testa non si ferma perché, è vero, si rimane attoniti difronte a ciò che è sotto i nostri occhi, ma non si può rimanere fermi. L’indignazione, il riconoscere la realtà dell’accaduto, la solidarietà della prima ora deve poi trovare risposte a questa prima domanda così vitale e lucida che solo il dolore e il male sa mettere in luce e porre in tutta la sua essenzialità e chiarezza e il “dove ero?” trasformarsi in “dove sono?”. Domanda tremenda per la responsabilità a cui ci richiama che fa eco a quel “Dove sei?” (Gen 3,9) e a quel “Dov’è tuo fratello?” (Gen 4,9) che leggiamo nelle prime pagine della Bibbia. È Dio a porre la domanda del “dove si trovino” gli esseri umani, siano essi Adamo ed Eva o Caino ed oggi io, all’indomani del tradimento del rapporto di fiducia.

Fare rete, per una società civile educante

Dunque, prestando fede a ciò che sottende la famosa frase ghandiana “Sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo”, parto da me, della quale in primo luogo sono responsabile. Occorre un esame di coscienza e un riconoscere che quanto ho fatto, magari di buono, non è stato abbastanza, non ha avuto seguito, non è arrivato dove più doveva arrivare. Mi salta evidente il motivo, quelle azioni non hanno costituito una rete, nascevano si svolgevano e terminavano all’interno di un gruppo, ma non arrivavano a coinvolgere le istituzioni, il mondo della scuola, le altre associazioni presenti in quel territorio. Scrivere ad una compagna di scuola ora membro dell’amministrazione comunale di Colleferro, ricontattarla dopo anni per esprimere solidarietà e sostegno, almeno morale, per quanto sta vivendo come cittadina e amministratrice pubblica, per le decisioni che quel consiglio comunale prenderà… è stato il primo passo in questa direzione, ossia nella convinzione che la risposta non può più essere singola, seppur già di più persone. Perché sia efficace, deve essere corale: non può più essere che agenzie formative presenti nel territorio dalle famiglie alla scuola, dalla palestra alle più disparate scuole di musica, di danza, teatro… che “intrattengono” e intanto formano i ragazzi mentre i genitori lavorano…; dalle associazioni di volontariato, a quelle delle diverse religioni presenti che educano le nuove generazioni: parrocchie, centri islamici, buddhisti…, movimenti, oratori… non dialoghino, non si mettano in rete per aiutarsi a far crescere insieme persone capaci di realizzarsi nel loro essere persone, ossia nella loro imprescindibile relazionalità che è fatta di apertura, accoglienza, rispetto, dialogo, incontro con l’altro, l’altro per il quale io sono l’altro2.

E che ciò sia urgente continua a dircelo Emanuele nel ri-cordo che la sua famiglia, la sua comunità e noi con loro continueremo ad avere, se Emanuele sarà memoria-presente, come un’icona, come un monito, come un impegno. Da oggi in poi ce lo ri-corda Willy, morto non perché – come qualcuno ha dichiarato in questi giorni – “purtroppo si trovava nel posto sbagliato nel momento sbagliato”: Willy non era nel far west, non era dentro un videogame dove si vince quanti più avversari uccidi, non era sul set di un film post-apocalisse. Willy non è morto neanche perché come “insegna” un meme -apparentemente innocente, privo com’è di riferimenti alla vicenda ma che guarda caso gira proprio in questi giorni su Facebook – non si è fatto i fatti propri, ché se non si fosse intromesso a difendere l’amico sarebbe ancora vivo. Ma allora perché è morto Willy? Credo che la risposta venga da quanto emerge come un’escrescenza putrida che ultimamente si mostra ogni qualvolta ci tocca vivere un “simile” dramma, quando si “scoperchia la pentola” e di mali ne divengono evidenti molti. Mi sto riferendo alle indicibili ingiurie rimbalzate in queste ore sui social contro gli immigrati, contro i neri, a favore degli omicidi, fino ad ingiuriare volgarmente la vittima, le vittime anche post mortem: “Willy e la sua vita non vale…”, fino alle minacce arrivate al sindaco di Colleferro che con il suo Comune si è costituito parte civile… Come se il male non fosse già tremendo, tutto ciò non fa che ampliare l’evidenza della “polveriera” e ci dice la realtà di ignoranza, di razzismo di povertà umana, appunto di efferatezza – che sta per “rendere selvaggio” – realtà fatta di discesa ad uno status sub-umano, di parabola, appunto, tremenda che fa “tremare di paura”.

Che questo tremore mi scuota e sappia incrociare i cammini di tanti come me com-mossi per continuare a lavorare, ma insieme, ad un mondo fraterno.

 

*Sara Felli, sociologa, è docente incaricata nell’Istituto Universitario Sophia.

 

1 È l’espressione usata da mons. Apicella – vescovo di Colleferro e di Artena – nella lettera indirizzata ai sacerdoti della diocesi tutta di Velletri-Segni, perché se ne facciano portavoce dandone lettura nelle Messe del prossimo fine settimana. All’indomani dell’omicidio di Willy, egli così descrive la realtà «inquietante e scomoda» sulla quale aprire gli occhi perché non pienamente consapevole e di cui invece «tutti siamo, ciascuno per la sua parte, corresponsabili».
2 In questa direzione la dichiarazione congiunta di diverse associazioni presenti sul territorio riportata nella foto così come si può trovare nei social.
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