fbpx

“L’Unione Africana e la sfida dello sviluppo e della pace”. È il titolo della tesi dottorale di Melchior Nsavyimana, burundese, che a settembre concluderà il suo percorso di studi a Sophia. Dopo una laurea a Bujumbura in Geografia, esperienze professionali del settore degli aiuti umanitari e un impegno sociale e politico fin da giovanissimo, ha scelto un’istituzione universitaria europea per scandagliare le potenzialità dell’Unione Africana quale strumento di sviluppo del suo continente.

“Era necessario che uscissi dall’Africa – spiega – diversamente, sarei caduto anch’io nel luogo comune di dare all’Occidente la colpa di tutti i nostri guai. A Sophia ho imparato a guardare il mio contesto da una prospettiva a me sconosciuta: quella di un mondo non disgregato ma ricomposto, anzi, unito. Ho ricompreso chi è l’altro, imparando a guardarlo in tutto il suo valore e questo a partire dalle relazioni quotidiane che si vivono nel campus”.

Dopo la Laurea allo IUS e al termine del Dottorato, Melchior si prepara a far ritorno in Africa con una missione che in questo tempo si è rafforzata in lui: lavorare per la formazione dei giovani. “Più del 40% della popolazione in Africa ha tra i 15 e i 30 anni – racconta – ma oltre la metà non sa né leggere né scrivere. È l’ignoranza che ha diviso e divide gli africani, causando conflitti con milioni di morti. In Burundi il 60% della popolazione non ha studiato e crede ingenuamente che i problemi stiano nella presunta differenza etnica tra Hutu e Tutsi, nonostante molti di noi abbiano, ad esempio, una madre Hutu e un padre Tutsi. Il mio lavoro di tesi parte da una domanda: che fare per far recuperare all’Africa il divario che la separa dal resto del mondo? E poiché tra gli obiettivi dell’Unione Africana spiccano pace e sviluppo, ho voluto approfondirne la conoscenza in quanto possibile strumento per la promozione del continente.

E a proposito della stringente attualità che propone un’Africa migrante, vista attraverso la lente d’ingrandimento europea, Melchior offre una prospettiva più completa e poco conosciuta sulle nostre sponde: “La sfida migratoria del mio continente non è verso l’Europa, ma interna all’Africa, basti pensare all’Uganda che ad oggi ha un milione duecentomila rifugiati”. “In Africa ci sono giovani passivi, ce ne sono altri che abbracciano la lotta armata, altri ancora fuggono verso l’Eldorado europeo. Una fuga del genere può essere arrestata attraverso l’educazione. Chi è cosciente delle potenzialità dell’Africa, non scappa, ma si rimbocca le maniche e lavora perché diventino realtà”.

“C’è anche la questione importante della responsabilità che introduco verso la fine della mia ricerca: responsabilità personale e sociale per il cambiamento, e noi giovani dobbiamo essere in prima fila. Nel mio lavoro approfondisco il ruolo degli africani nel processo di sviluppo del nostro continente”. Melchior specifica quale metodo educativo adottare: “Innanzi tutto occorre fornire ai giovani gli strumenti per conoscere la realtà, poi imparare a lavorarci dentro. Se l’Africa è il continente del futuro, occorre saperlo affrontare, avere i mezzi per saperlo affrontare.

Alla domanda sul suo futuro, Melchior risponde che difatti è già cominciato; che il suo impegno per la formazione delle nuove leve del suo continente è già in corso: “Stiamo lavorando per la realizzazione di una Summer Schoolindirizzata a 100 giovani dell’Africa dell’Est da tenersi a Nairobi nel 2018”.  Progettiamo un programma di tre anni in cui affronteremo le sfide della Regione dei Grandi Laghi per sognare insieme un’Africa nuova”. Un progetto che ha tutto il sapore del prodromo di una futura sede africana di Sophia, facciamo notare a Melchior: “Proprio così. Sarà un percorso lungo, ma i primi passi sono già in atto. Nel dicembre prossimo ci sarà un primo incontro di tutor, uno step fondamentale per mettere le basi di Sophia in Africa”.

Menu
X