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È Natale. Ancora una volta.
E gli occhi del cuore e della mente sono attratti ancora una volta – ma come fosse la prima – per un delicato e sovrumano magnetismo, da quel Bimbo deposto in una mangiatoia.
Tutti, credo, qual che sia la nostra fede o convinzione, ci viene da piegare interiormente le ginocchia per immergere lo sguardo dell’anima nella luce e nella pace del Mistero che ci visita.
Per guardare, di qui, nuovo il mondo che viviamo – coi suoi contrasti, le sue contraddizioni, le sue oscurità, le sue ferite, le sue promesse, le sue speranze.
I nostri occhi incrociano quelli del Bimbo deposto nella mangiatoia.
Ma al Bimbo, per primi, teneri e dolcissimi, guardano gli occhi d’una giovane madre, anch’ella quasi bambina. È lei che ora appena l’ha avvolto in fasce e l’ha deposto in quella mangiatoia.

I due gesti di Maria, che seguono il parto, son quanto di più tenero e quotidiano può esser detto di qualunque parto che avvenga in condizioni precarie come quelle qui narrate – come non pensare, oggi, alle madri che hanno partorito sui barconi sgangherati e sovraffollati di profughi che attraversano in cerca d’un mondo migliore il Mediterraneo? –: avvolgere in fasce il corpicino nudo e indifeso appena venuto alla luce e deporlo in quella mangiatoia che richiama un incávo di legno o scavato nella roccia, per sé destinato all’uso degli animali ivi forse anche in quel momento custoditi.
Questi gesti, nella loro umile, povera, precaria quotidianità, assumono la solennità di una liturgia.
Nel partorire c’è il coinvolgimento di tutt’intera la persona di Maria, che ha aperto all’agire di Dio il cuore, la mente, il corpo, entrando così responsabilmente, con tutta se stessa e sino in fondo, nel farsi dell’evento che accade da Dio.
Nell’avvolgere in fasce c’è il materno prendersi cura, in tutti i suoi aspetti, della creatura che, venendo da Dio, è Dio essa stessa, ma in lei e da lei – Maria – ora è generata nel tempo e nella carne.
E nel deporre nella mangiatoia c’è il consentire al destino di amore e di dolore di quel suo figlio che è il Figlio di Dio, secondo i momenti e i modi che la volontà dell’Altissimo verrà via via disponendo.

Viene con ciò richiamata una volta ancora, a tutto tondo, la logica paradossale dell’agire divino attraverso la piccolezza e la povertà, che pone il suo sigillo incontrovertibile sull’evento centrale della storia della salvezza.
È la logica del piccolo seme e della kenosi, lo spogliamento inerme di sé a fronte dell’altro, quale attestazione dell’indomabile misericordia di Dio per i suoi figli.
Tant’è che proprio alla comunicazione di quel segno, i cieli d’improvviso sembrano squarciarsi e una moltitudine dell’esercito celeste viene a far corona a quel portatore di celesti annunci che ha destato i pastori, per prorompere insieme con lui nell’inno di lode che, da quel momento e dal perenne racconto che lo trasmette, salirà dalla terra al Cielo a ogni rievocazione del Natale di Gesù: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini che egli ama».

Maria, la Vergine dell’Annunciazione, la tenera e trepida Madre di Betlemme, è dunque la Theotókos, la Madre di Dio, la Madre d’un Dio in carne.
Ciò ch’è avvenuto, in modo unico e singolare, nell’incarnazione del Figlio di Dio nel grembo di Maria, avviene di nuovo. Figli, anche noi, nel Figlio.
In ciò si perpetua sino alla fine dei tempi il disegno, da Dio intensamente e per sempre voluto, di Maria Theotokos, la Madre di Dio in carne.

Piero Coda

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