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Ricordando Emanuele Severino: “Una nuova scacchiera ontologica”

Il 17 gennaio 2020 è morto Emanuele Severino, figura eminente del panorama filosofico del Novecento. Anche la comunità accademica di Sophia ebbe l’onore di incontrarlo, ospite della “Cattedra di Sophia” del 17 maggio del 2013 presso l’Auditorium di Loppiano, invitato a parlare: “Sul senso della verità”; e fu un’occasione straordinaria di dialogo tra filosofia e teologia. “E’ un onore trovarmi in questo luogo – così Severino introdusse il suo intervento – che ha un nome bellissimo: Sophia è una parola costruita su σαφής –  e “saphés” vuol dire “chiaro”, “molto chiaro” e filosofia vuol dire la cura per ciò che è chiaro, per ciò che è in luce. Quindi mi complimento anche per la scelta del nome…”.

Il preside Piero Coda ne ha ricordato la ricchezza della figura e del pensiero con un ampio articolo per l’Osservatore Romano, lo scorso 23 gennaio: “Una nuova scacchiera ontologica”.

«La filosofia di Emanuele Severino e la teologia. Ora che si è conclusa la sua avventura terrena, vorrei spendere una parola su questa relazione certo non marginale né episodica nell’itinerario intellettuale e nella proposta teoretica di uno dei pensatori più rigorosamente e arditamente speculativi del nostro tempo. E non solo nel panorama italiano. Lo faccio con sincera commozione, perché con ciò mi è dato di rendergli un omaggio non formale rendendo testimonianza di un cordiale e serrato dialogo sperimentato lungo questi decenni.

Di relazione tra filosofia e teologia si può in effetti parlare, nel pensiero di Severino, non soltanto in modo estrinseco, ma per il fatto stesso che esso ambisce configurarsi come proposizione o meglio disvelatezza della “struttura originaria”. La teologia non può per ciò stesso non sentirsi direttamente interpellata.

Dal mio punto di vista, sono d’accordo con chi, tra i teologi italiani, ha affermato — cito le ponderate parole di Pierangelo Sequeri — che la filosofia di Severino «deve essere considerata un punto di non ritorno anche per ogni revisione dell’ontologia classica nell’ambito del pensiero teologico». Qui sta il punto decisivo di un confronto e, diciamo pure, di una reciproca provocazione tra la filosofia di Severino e la teologia. La critica che egli ha rivolto lungo gli anni, con puntiglioso rigore e decisa parresia, alla forma assunta dalla teologia cattolica soprattutto nella sua versione neoscolastica — con ciò che questa opzione ha comportato in termini di posizionamento dell’intellectus fidei entro le coordinate stabilite da quella che Severino amava definire la “scacchiera” dell’ontologia greca — si mostra convergente, per certi versi, con l’attuale scavo di rinnovamento ontologico che interessa un consistente e promettente filone della teologia, non solo cattolica. Pur restando il punto di partenza e il punto di arrivo distinti e distanti.

Severino stesso, nell’appassionante dibattito che con lui ho avuto l’opportunità di sviluppare, ha riconosciuto che «se la scacchiera proposta dalla teologia è un tipo di riflessione intorno all’essere che non è quello greco, allora possiamo instaurare un dialogo».

(continua sull’ Osservatore Romano del 23 gennaio 2020)

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