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La notizia della morte improvvisa di Sergio Zavoli ci ha colti tutti di sorpresa, nonostante la sua età ormai avanzata. Perché, pur con gl’inevitabili acciacchi dell’età, guardava sempre avanti, con interesse, curiosità, voglia di darsi da fare con entusiasmo e fantasia per il bene dell’umanità. La sua amicizia – intensa, sincera, aperta – mi ha accompagnato negli ultimi 25 anni: da quando, ospite di una fortunata trasmissione televisiva in Rai: “Credere non credere”, s’erano stabiliti una frequentazione e un dialogo condotti sempre più in profondità e che hanno finito con l’abbracciare gli orizzonti più vasti e impegnativi. Come testimonia il libro intervista Se Dio c’è. Le grandi domande (2000), intorno al quale a lungo ci siamo affaticati.

Dall’amicizia personale con lui – che mi ha enormemente arricchito – ne sono fiorite altre due. La prima con Chiara Lubich, che incontrammo insieme nel 1997, un’amicizia che si è espressa lungo gli anni oltre che in una regolare corrispondenza epistolare, in eventi come l’intervista pubblica al Teatro Quirino di Roma il 3 dicembre 2001. Sino a quando, solo qualche mese or sono, scriveva un magnifico pezzo per il Catalogo della mostra allestita a Trento per il Centenario della nascita di Chiara. La seconda con la comunità accademica dell’Istituto Universitario Sophia, di cui sono stato Preside dal 2008 a quest’anno. Zavoli ne ha seguito non solo con intima partecipazione ma direi come fosse uno di noi la nascita e le tappe di sviluppo. Fu a lui affidato il primo appuntamento delle “Cattedre di Sophia”, poi pubblicato: Rovesciare l’anima del mondo. Questione e profezia (2010). Ma aveva già partecipato all’inaugurazione, il 1 dicembre 2008, consegnandoci questo testamento: «L’uomo è essenzialmente la sua relazione, dal momento che nascendo ha già dentro la contestualità dell’altro, cioè di colui dal quale promana la sua stessa identità, essendo tutti nati – seppure “a sembianza d’un solo”, come dice Manzoni – “da altri per gli altri”. L’altro, come memoria e come premessa di quella “tela apparentemente senza significato che è la storia”, per dirla con Goethe. Nella quale, invece, ciascuno vale tutta l’umanità e deve risponderne per intero. Essendo ciascuno il liberatore di se stesso anche nell’altro. E l’altro in ciascuno di noi». Grazie Sergio!

 

Piero Coda

L’Osservatore Romano – È morto Sergio Zavoli. Un uomo capace di scompigliare le carte – pagina 4

 

 

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