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Teissier: «Una relazione rispettosa»

di Michele Zanzucchi intervista mons. Henri Teissier

 

È morto a Lione, e non in Algeria, un profeta di quella terra, un vescovo che ha saputo resistere alla tentazione della fuga durante gli anni terribili del terrorismo islamista (1993-2000) che, lo ricordiamo, fece quasi 120 mila morti e dispersi. Amico intimo delle comunità locali dei Focolari, soggiornò a lungo, nella prima fase della sua pensione, dopo il 2008, assieme a loro, a Tlemcen. Nel 2005 lo intervistai per la rivista Nuova Umanità. Per ricordare un vero araldo del dialogo islamo-cristiano, ripubblichiamo quel testo, che si rivela di straordinaria attualità.

 

Mi riceve nella sua modesta residenza alla Maison diocésaine di Algeri, mons. Henri Teissier, arcivescovo della città. Il suo parlare è franco, come sempre, il suo amore per Gesù Cristo e per la Chiesa indistruttibile, al di sopra di ogni sospetto. Ha dato la sua vita per il Vangelo. Come al solito veste in borghese – una crocetta appuntata sul risvolto della giacca ce l’ha comunque –: il suo abito è una testimonianza di amore per quel popolo che è diventato il suo. Dal 1966 mons. Teissier, nato a Lione nel 1929, è infatti algerino di nazionalità. Nonostante i suoi molteplici impegni, si fa in quattro per procurarmi gli appuntamenti giusti, cercando nella selva di bout de papier che tira fuori dalle sue tasche quanto gli serve, un numero di telefono o un indirizzo… per poi superare le incredibili difficoltà del sistema telefonico della capitale, sempre saturo Non ci pensa due volte ad essere generoso.

Sacerdote dal 1955, mons. Henri Teissier ha studiato a Rabat, Parigi, il Cairo, Aix-en-Provence. Vescovo di Orano dal 1972 al 1981, è stato coadiutore ad Algeri fino al 1988, allorché è stato nominato arcivescovo della capitale algerina. Ha al suo attivo numerose pubblicazioni, tra cui Eglise en Islam (1984), Lettres d’Algérie (1998) e Chrétiens d’Algérie, un partage d’espérance (2002).

Non ha peli sulla lingua, mons. Teissier: come un profeta denuncia i facitori di promesse non mantenibili, coloro che manipolano le coscienze con i loro atteggiamenti fondamentalisti (non solo nel mondo islamico), chi cede alla tentazione della corruzione. Ma la ricerca della verità non è in lui mai disgiunta dalla carità: come un apostolo sottolinea gli sforzi positivi per una coabitazione tollerante e rispettosa, per un avvicinamento culturale, per una crescita umana della società. Pochi uomini di Chiesa hanno la sua esperienza e la sua passione per un dialogo realista e concreto in terra d’Islam.

 

Mons. Teissier, anche per lei si avvicina l’ora della pensione. Potrebbe tracciare un primo bilancio della sua lunga missione pastorale in Algeria?

«Ho trascorso due anni in Egitto, dal 1956 al 1958, il periodo della grande stagione nasseriana, e mi preparavo così a vivere come un cristiano perseguitato, schiacciato, senza diritto di parola nelle società arabo-musulmane di quei tempi: appartenevo a una minoranza con pochissimi spazi sociali. Sono tornato in Algeria nel 1958, con la prospettiva di vivere la mia esistenza cristiana all’interno del mondo musulmano nel timore costante di venire rapidamente schiacciato e soffocato. Abbiamo certamente vissuto dei periodi difficili, come il lungo regime del presidente Boumedienne, in cui ci si doveva assolutamente sottomettere alle decisioni politiche; abbiamo poi subito, a partire dall’inizio degli anni Ottanta, lo schiacciamento psicologico e culturale da parte degli islamismi, periodo in cui abbiamo avuto la netta sensazione che la società stava cadendo in mano a personaggi che volevano che essa si ripiegasse su sé stessa. E come dimenticare lo schiacciamento questa volta fisico, dal 1992 fino al 1998, durante il quale molta gente musulmana aperta al dialogo, dei nostri amici, è stata cancellata dalla faccia della terra, assieme a 19 cristiani? Oggi sopravvivono ancora delle forze che vogliono costruire una società musulmana ripiegata su sé stessa – numericamente sono forse le più numerose –, legate ad alcune oscure “centrali” che si trovano al Cairo o in Arabia Saudita, e che hanno il progetto di estendere il recupero islamista delle società arabo-musulmane, per imprigionarle nelle loro tradizioni e nelle loro leggi, presentando il resto del mondo come un luogo della depravazione e di perdita dei valori spirituali. Di queste persone si può leggere il pensiero in alcune pubblicazioni, ma noi le conosciamo molto poco, perché non vogliono incontrarci».

 

Un panorama oscuro…

«Solo parzialmente: cresce infatti il numero di coloro che, al contrario, cercano la relazione con i cristiani e con i “diversi da sé”; sono persone che hanno una disponibilità interiore molto accentuata, una profonda curiosità di scoprire quel che noi siamo, cercando una via spirituale che liberi, ma senza necessariamente rinunciare alla loro identità musulmana. Oggi, quindi, mi ritrovo ancora schiacciato, ma non a causa di coloro che vogliono eliminarci fisicamente, quanto dalla molteplicità delle sollecitazioni di dialogo alle quale sono sottoposto, e alle quali non riesco più a dare risposta compiuta come vorrei!».

 

Secondo il suo punto di vista, peraltro privilegiato, chi vincerà tra queste due tendenze?

«Non lo so, come d’altronde non so proprio chi prevarrà in Occidente tra coloro che operano per una modernità aperta all’altro e coloro che al contrario vogliono imporre i loro comportamenti e le loro norme al mondo intero. Certamente è una battaglia ampia, quella a cui siamo confrontati, e sono felicissimo di avere il mio posto in essa; perché in fondo non è importante prevedere il risultato della lotta, mentre è necessario sapere che cercare la relazione è un compito evangelico, così come l’approfondimento della condivisione, cioè dare agli uni e agli altri la gioia dell’incontro, la liberazione dai pregiudizi del passato. Vivo perciò questa tappa finale del mio ministero episcopale con molta gioia. Se guardo indietro nel tempo, a tutti questi anni incredibilmente intensi, credo di poter dire che abbiamo combattuto una buona battaglia; nello stesso tempo abbiamo avuto la grazia di appartenere a una comunità cristiana, quella cattolica d’Algeria, che è quasi totalmente unanime nella convinzione di avere una vocazione precisa: essere la Chiesa di Cristo per il popolo algerino tutt’intero, e non solo per i cattolici o per i cristiani. Dobbiamo essere nello stesso tempo servitori del messaggio del Vangelo che vogliamo condividere con gli altri, e attenti al messaggio che gli altri invece vivono. Non bisogna guardare cioè all’Islam come a una religione “altra”, ma come a una fede con la quale esistono numerosi legami storici, in cui lo spirito di Dio parla nell’interno delle coscienze più aperte. Così non mi preoccupo di sapere se nel futuro ci sarà una relazione aperta e fruttuosa del cristianesimo con l’Islam – tanti elementi potrebbero in effetti farci inclinare verso una risposta negativa –, ma m’interesso perché per quanto è possibile crescano le relazioni vere e stimolanti tra dei cristiani particolari e dei musulmani particolari. Toccherà poi ai musulmani capire come rileggere l’Islam se vogliono che cambi, così come sta ai cristiani rileggere il cristianesimo e le sue sorgenti per avviare compiutamente il messaggio del Vaticano II».

 

Spesso le comunità locali della Chiesa cattolica che sopravvivono in paesi a maggioranza musulmana sembrano non avere potuto pienamente recepire il messaggio di dialogo dell’ultimo concilio…

«Credo che al contrario alla nostra Chiesa algerina sia stata data la grazia di cominciare a esistere all’interno della società algerina nel momento stesso in cui la Chiesa universale cominciava il Vaticano II. Era il mese di ottobre 1962, il momento dell’indipendenza del paese. Di conseguenza, il nostro sforzo di offrire una nuova lettura della missione della Chiesa in questo luogo ha coinciso con lo sforzo della Chiesa tutta intera di assumere la sua missione di essere “segno nel mondo”, e non solo nella cristianità. Abbiamo avviato le nostre prime riflessioni proprio tra il 1962 e il 1965, nel momento stesso in cui la Chiesa si definiva attraverso Lumen gentium, definiva il rispetto degli altri grazie al decreto sulla libertà religiosa Dignitatis humanae, definiva la relazione con le altre religioni attraverso Nostra aetate… Tutto ciò ci ha stimolati dall’inizio e continua a stimolarci, a differenza di alcuni ambiti cattolici – non è certo il caso dei Focolari e di altri nuovi movimenti e comunità – molto più preoccupati d’imporre all’altro le proprie convinzioni che di incontrare l’altro per avviare una condivisione dei propri valori nel rispetto reciproco».

 

Qual è stato il momento più difficile del suo ministero in Algeria?

«Il momento più difficile è stato quello in cui ci siamo accorti che il fenomeno di rigetto del nostro piccolo gruppo progrediva inesorabilmente; un periodo non esattamente coincidente con quello degli attentati, perché a quel punto stavamo ormai già resistendo assieme a tutta la società algerina, essa stessa minacciata nella sua stessa sopravvivenza; un periodo piuttosto corrispondente agli anni precedenti, tra il 1985 e il 1992, in cui si riscontrava una chiusura di larghi settori della società, con la nascita di gruppi decisi a rifiutare l’accettazione dell’altro. Per esempio, nel 1991, quando il Fis (Fronte islamico di salvezza) stava per prendere il potere, alcune delle nostre religiose venivano apostrofate per strada: “Quando avremo il potere, non ci sarà più posto per voi tra di noi”, dicevano loro. Non era necessariamente il pensiero dei responsabili di tali movimenti islamisti estremi, ma erano fatti che esprimevano la crescita di un pensiero che pretendeva di ritrovare la propria identità islamica nel chiudere la porta in faccia agli altri. Tutto ciò si è poi concretizzato nelle uccisioni dei cattolici avvenute tra il 1994 e il 1996; ma assai rapidamente, questi omicidi hanno suscitato attorno a noi delle forti simpatie, delle manifestazioni di vicinanza assolutamente notevoli. Abbiamo attraversato la crisi – 19 omicidi in appena due anni – con una grande sofferenza; ma più questa crisi cresceva, più si avvertiva come molti algerini musulmani si avvicinavano a noi proprio perché avevamo manifestato questa solidarietà col popolo, pagando con il nostro sangue. Era gente che voleva dirci che loro non volevano costruire un Islam del rifiuto dell’altro.

«Simbolicamente il periodo che ha preceduto questo efferato attentato ha portato poi ad una grande emozione suscitata dall’uccisione dei sette monaci di Tibhirine e della morte di mons. Claverie. Ai funerali degli uni e dell’altro il numero dei musulmani presenti era addirittura superiore a quello dei cristiani. E per l’ordinazione episcopale del successore del vescovo di Orano abbiamo dovuto organizzare due celebrazioni, una alle 9 del mattina, la celebrazione eucaristica riservata ai cristiani, e una seconda alle 11, per i nostri amici musulmani, che volevano manifestare la condanna dell’assassinio di mons. Claverie e la gioia di vedere che la Chiesa aveva scelto alla fine un successore, come segno del volere mantenere una comunità cristiana nella città di Orano. È per questo che posso dire come il periodo più difficile sia stato quello immediatamente precedente alle violenze. Allora andavo spesso a Tibhirine, e raccomandavo ai monaci di non guardare solamente a quello che funzionava nei rapporti coi musulmani, ma anche alle chiusure che venivano proposte e imposte progressivamente a tutto il popolo. A partire dal momento in cui l’orrore è venuto a galla, non era più il tempo di ammonire del pericolo incombente…».

 

E la più grande gioia di questi anni?

«È stata in certo modo contemporanea alla crisi che ho appena descritto, soprattutto a partire dal 1997, periodo nel quale abbiamo visto moltissimi algerini che si sono avvicinati a noi, trovando proprio qui, alla Maison diocésaine un luogo dove si poteva vivere un incontro liberatore all’interno di una casa della Chiesa. Qui, attorno a questo tavolo, ho ricevuto una quantità impressionante di algerini, a gruppi di una dozzina alla volta, che spesso non si conoscevano nemmeno tra di loro, ma che trovavano qui un luogo di libertà per porsi reciprocamente quelle domande che erano importanti per l’avvenire, e di farlo alla presenza di cristiani. Una grande gioia che dura ancora, quella di vedere che ci sono molte persone assieme alle quali si può cercare un avvenire umano aperto all’altro, malgrado la persistenza delle correnti contrarie».

 

Mons. Claverie: che sentimenti suscita in lei questo nome?

«Provo una grande riconoscenza nei suoi confronti, non solo perché mi ha sostituito più volte nel corso degli anni, da quando ad esempio gli avevo lasciato il posto di direttore del Centro di studi diocesani, ed egli aveva moltiplicato le attività di incontro della vita del centro. Mi aveva in seguito sostituito come vescovo nella diocesi di Orano, portando un nuovo dinamismo, particolarmente con una prima grande inchiesta diocesana e con lo sviluppo di “piattaforme di incontro e di dialogo” che ha assicurato una forte presenza cristiana sul posto, grazie a piccoli gruppi che aveva provveduto ad allargare… Soprattutto, mons. Claverie ha innalzato la sua forte voce di protesta quando gli omicidi nei confronti dei cristiani hanno avuto inizio. Io in quel periodo mi trovavo a dover sorvegliare con la massima attenzione quello che dicevo e che facevo, perché non volevo che le mie parole fossero pretesto per omicidi o ferimenti ad Algeri… Ma ad Orano non avevano luogo le stesse violenze, ed allora mons. Claverie, usando anche del suo “stile domenicano”, si è espresso molto più di me. L’ha fatto a nome della Chiesa tutt’intera. Certuni dicono che ha parlato troppo, che se l’è cercata, insomma; ma se qualcuno ha pagato per quelle parole è stato solo lui, perché non ci sono stati altri omicidi nella comunità cristiana dell’oranese… È a causa del coraggio che ha manifestato nel parlare evangelicamente che è stato colpito. Doveva tacere? Questo coraggio è stato benefico, e se fosse mancata la sua parola le cose sarebbero andate certamente peggio. Ora possiamo ancora approfittare di tutto quello che ha detto in quel periodo, un tesoro di riflessioni sulla vita della Chiesa ancora inediti, sull’eucaristia, sul dialogo, sull’Islam».

 

La recente beatificazione di Charles de Foucauld che importanza avrà per l’Algeria?

«Penso che il movimento spirituale nato da Charles de Foucauld sia uno dei tesori della nostra Chiesa algerina. Certamente Charles de Foucauld si è convertito durante una spedizione in Marocco, e il momento preciso della conversione è indicato a Parigi, nella chiesa di Sant’Agostino, che pur ci “appartiene”… Ma, dopo un tempo di ricerca spirituale, a Nazareth e nella trappa, la principale manifestazione del suo linguaggio spirituale proprio ha avuto luogo a partire dal suo arrivo a Béni-Abbès nel 1901, e fino alla sua morte, avvenuta poi a Tamanrasset nel 1916. Questi sedici anni hanno portato al suo compiuto messaggio di presenza, di relazione, d’incontro, di ascolto dell’altro. Tale messaggio è stato ripreso dalle sue congregazioni e le sue fraternità, nel complesso 17 movimenti spirituali. Qualche volta Charles de Foucauld è stato mal compreso, almeno al di fuori della sua famiglia; si è creduto che egli volesse scomparire, promuovere il nascondimento, favorire un cristianesimo che non porta testimonianza ma che si limita alla preghiera nascosta… Tutto ciò è assolutamente falso; Charles de Foucauld si è recato a Béni-Abbès non certo per nascondersi, ma per avvicinarsi al Marocco nel quale sperava ancora di poter rientrare. E lì ha dato testimonianza del Vangelo. Si è poi recato nell’Hoggar, perché gli era stato detto che nessuno come lui avrebbe potuto raggiungere il popolo tuareg nei luoghi suoi propri. Ci è dunque andato non per rimanere solo nel deserto, ma per incontrare un popolo che non aveva ancora conosciuto il cristianesimo. È meditando la parabola del Buon Samaritano, la parabola della prossimità dell’amore evangelico, che è partito da Tamanrasset, non certo per ritirarsi in una cellula isolata e così sfuggire all’incontro con la gente, ma perché quello era un luogo in cui le diverse tribù si riunivano durante l’estate. Certo, ha vissuto tutto ciò all’interno di una grande passione spirituale, ma ha lasciato un messaggio che è eminentemente missionario, una missione che non s’impone per la potenza delle opere, ma che si esprime attraverso l’intensità della relazione con Dio, attraverso il primato dato ai valori di semplicità e povertà, e soprattutto di incontro con gli altri, nella prossimità quotidiana… È questo il messaggio che tutta la famiglia di Charles de Foucauld dà alla Chiesa universale. Mi sorprende e m’inquieta sentir dire che in certi luoghi si parla di un messaggio ormai sorpassato: vuol dire che non lo si è compreso, e lo si è ridotto a una pseudo-spiritualità di una Chiesa dell’annullamento, della scomparsa; mentre la sua è una Chiesa della vicinanza coi poveri, con coloro che sono più lontani, nella vita quotidiana, nella preghiera e nella fraternità universale».

 

Tra identità necessaria del cristiano, comandamento della missione e dialogo possibile, è ancora auspicabile l’incontro coi musulmani?

«Tutta la nostra esistenza, quella della nostra Chiesa d’Algeria, dimostra che l’incontro è possibile. Dall’indipendenza abbiamo ereditato una Chiesa in fondo coloniale. La società algerina ha ovviamente rigettato tutto ciò che era eredità di quel passato, e così, assai rapidamente, già con il cardinal Duval, si è fatta la necessaria distinzione tra l’eredità coloniale e la Chiesa. Non tutti l’hanno fatta, ma la maggioranza certamente sì, e continua a rifiutare l’eredità coloniale. Ma la nostra Chiesa, anche se è nata dal e nel periodo coloniale, ha saputo fondare una relazione rispettosa con l’Islam, coi musulmani, impegnandosi a fianco della popolazione algerina nella difesa dei diritti dell’uomo e su altri temi come l’indipendenza dei paesi del sud, la situazione della Palestina, gli immigrati, la difesa dei diritti dei musulmani ad essere essi stessi anche in Occidente… Credo che abbiamo permesso alla nostra Chiesa di esistere anche all’interno della società algerina, attraverso dei piccoli gesti semplici di condivisione e di coabitazione distesi nel tempo. Appena un’ora fa, ad esempio, mi trovavo nella basilica di Notre Dame d’Afrique, dove ho incontrato un musulmani che era venuto per redigere la loro tesi di fine corso proprio sulla basilica: erano felicissimi di farsi fotografare con noi, erano felici del dialogo che abbiamo aperto. E poi spesso partecipo a matrimoni di musulmani che vogliono essere fotografati assieme a me: anche se non benedico tali cerimonie, sono per loro l’amico di famiglia più intimo… Ancora, ho ricevuto in questi ultimi tempi una domanda da parte del Rotary Club per una conferenza sulla mistica musulmana. E il presidente dell’Alto consiglio islamico mi ha invitato a partecipare assieme a lui, ad Annaba, a una conferenza sul dialogo islamo-cristiano… E potrei continuare all’infinito! Ma il dialogo è contagioso, non solo con l’Islam. Così, dialogando, si fanno anche passi ecumenici. Dalla comunità ortodossa bulgara, ad esempio, sono stato invitato per la celebrazione della Pasqua: ho detto loro di aver ricevuto una meditazione sui monaci di Tibhirine scritto da una musulmana, tradotta poi in russo. Ho così potuto farlo leggere ai bulgari. E poi che dire delle traduzioni dall’algerino in coreano di altri scritti della tradizione locale, di cui sono testimone diretto? Dialogando, non solo c’è la possibilità di incontrarsi con le nostre identità musulmana e cristiana, ma anche di lavorare ad un’apertura delle società le une sulle altre».

 

A suo avviso, quali sono i principali ostacoli al dialogo islamo-cristiano di questi tempi?

«Gli ostacoli vengono in primo luogo dai quattordici secoli in cui, anche se ci sono stati dei decenni felici di convivenza tra musulmani, ebrei e cristiani, come a Cordova o a Damasco, ci si è opposti, spesso mettendo in cattiva luce l’altro, coi musulmani che travisavano le credenze cristiane e viceversa, fornendo così una montagna di pregiudizi che abitano ancora le società occidentali e quelle musulmane. Qualche anno fa ho assistito ad una conferenza in cui il presidente dell’Alto consiglio islamico dell’epoca aveva presentato un apprezzato discorso in cui affermava come l’Islam in numerose epoche della propria storia avesse cercato il rapporto coi diversi da sé, citando in particolare l’impero musulmano dei Gran Mogol dell’India: uno dei sultani della dinastia aveva addirittura fatto costruire una sala di udienze nella quale aveva fatto sistemare quattro cattedre, dalle quali faceva parlare alternativamente musulmani, cristiani, buddisti e induisti. Allorché il presidente terminò di parlare, uno dei presenti chiese la parola: “La ringrazio – disse – perché lei ha affermato che i cristiani debbono essere definiti anch’essi “gente del libro”; ma lei sa bene che nella vita quotidiana gli algerini chiamano i non musulmani come dei “kuffar”, degli infedeli… Aveva anche lui ragione! Questa è la situazione contro la quale dobbiamo lottare. La prima difficoltà che incontriamo sono proprio questi pregiudizi. Per liberarsene, è necessario uno sforzo congiunto. La difficoltà che più preoccupa consiste nel fatto che sono persuaso che oggi nel mondo musulmano ci siano persone che riorganizzano l’inimicizia e la separazione delle comunità, che diffondono discorsi destinati a rinchiudere le persone all’interno delle loro fedi stabilite, negando l’altro. Esistono anche in Occidente delle persone e delle organizzazioni, anche ufficialmente cristiane, che riorganizzano l’esclusione e la chiusura su di sé. Non bisogna allora lottare solamente contro i pregiudizi del passato, ma anche contro i gruppi che in questi anni stanno riorganizzando l’esclusione reciproca. Senza naturalmente parlare di coloro che prendono l’iniziativa di scatenare nuove guerre, dando ad esse un’interpretazione che viene percepita dalla parte avversa come un ritorno allo spirito delle crociate».

 

L’Algeria, passato come qui si dice il “periodo del terrorismo” – e non di “guerra civile “ – sta riacquistando una convivenza abbastanza normale. Crede che tale processo, che riveste anche sfumature democratiche, sia destinato a proseguire?

«Non sono sicuro che coloro che si sforzano di aprire la comunità algerina sul mondo, stabilendo nuove relazioni tra cristiani e musulmani, riescano a vincere. Ma sono sicuro, questo sì, che se queste persone stessero con le mani in mano, e se noi stessi non ci impegnassimo a fondo, torneremo in poco tempo alle esclusioni reciproche del passato. Non sono incaricato di profetizzare l’avvenire, ma oggi sono persuaso che si debbano incrementare questi “lavori di prossimità”, per evitare il riemergere di divisioni che risalgono al Medio Evo. Tutti parlano di Samuel Huntington e della sua opera sullo “scontro tra civiltà”: l’ho letto, quel lavoro, e sono convinto che lo studioso abbia messo l’accento su qualcosa d’importante, cioè sul ritorno alle identità culturali e regionali proprie a ogni popolo, come una reazione naturale alla globalizzazione che pare portare ineluttabilmente alla scomparsa delle tradizioni umane di ogni religione, popolo, cultura. Effettivamente prima o poi si potrebbe giungere a tale scontro. Ma non bisogna aspettare l’ineluttabile senza far niente: bisogna invece lavorare per avvicinare le due comunità, favorire tra di esse la comunicazione e l’apertura all’altro, il rispetto reciproco. Non è sicuro che si riesca nell’impresa, titanica a dire il vero, anche perché ogni paese ha i suoi ostacoli specifici, anche sociali e non solo religiosi. Dobbiamo lavorare per evitare soprattutto il proliferare delle esclusioni sociali ed economiche, ma anche di quelle culturali e religiose. E alla lunga questo lavoro forse produrrà frutti positivi».

 

L’Algeria possiede non poco oro nero. Grazie alla ricchezza che ne ricava, sembra restia ad aprirsi all’estero, favorendo ad esempio un maggior flusso turistico…

«Ogni popolo deve affrontare il presente assumendo il proprio passato. Ad esempio, durante il periodo coloniale è stata calpestata la dignità degli algerini, fatto che ha portato il partito unico del tempo del presidente Boumedienne ad esagerare nella ricerca del recupero della dignità del paese, presentando genericamente lo straniero come un aggressore, come un libertino, come un nemico del paese… Certamente, quindi, non tutti gli algerini sono pronti ad accogliere a braccia aperte lo straniero. Recentemente ho partecipato ad un incontro di preparazione di un viaggio organizzato da una grande rivista cattolica di Parigi, per far riscoprire ai francesi l’Algeria e i suoi tesori. Ho dovuto scoraggiare l’iniziativa, perché non mi sembrava opportuno che gruppi di più di venti persone europee scendessero la via Didouche Mourad. Se gli algerini avessero visto 500 persone di nazionalità francese passeggiare per le vie della capitale, non so se i sentimenti suscitati dal periodo coloniale e dagli slogan e dall’ideologia del periodo del partito unico non avrebbero suscitato timori di una nuova colonizzazione. Se questi 500 fossero giapponesi, non si avrebbe certo la stessa reazione, gli algerini non si sentirebbero aggrediti. Insomma, non penso che la società algerina sia pronta a ricevere una grossa ondata turistica. Tuttavia il turismo ricomincia a funzionare: in questo ambito mi preme sottolineare la sempre maggiore presenza di gruppi di persone che hanno una identità specifica e che paiono particolarmente preziosi per l’Algeria. Parlo dei gruppi di pellegrini, in particolare diretti nel deserto frequentato da Charles de Foucauld, non sempre cristiani d’altronde. Sono persone che cercano un messaggio religioso o comunque umanizzante nel deserto. Oppure come quei gruppi di “pellegrini nel loro passato”, cristiani, ebrei e musulmani che tornano in Algeria con emozione, alla scoperta delle loro radici, quelle che erano cresciute qui prima dell’esilio: tutta gente che non viene per aggredire l’Algeria, gente profondamente commossa nel vedersi accolta nelle case qui, dove abitavano prima dell’indipendenza. La riconciliazione si ricostruisce così, poco alla volta, senza brusche accelerazioni. Ci sono ancora altri gruppi che vengono per favorire i rapporti tra nord e sud, tra cristiani e musulmani, perché sono impegnati in associazioni europee di dialogo e di solidarietà. C’è pure chi viene per scoprire la Chiesa d’Algeria, anche degli italiani, pensate un po’! Gente che non viene qui per incontrare Agostino o il deserto, ma per scoprire la nostra piccola Chiesa e la relazione che essa ha intessuto con tanti musulmani. È chiaro, questo tipo di turismo costruisce, favorisce le relazioni e la riconciliazione; è un turismo alternativo che potrebbe favorire lo sviluppo delle piccole città dell’interno, quelle che più hanno bisogno d’aiuto economico. Se invece si pensa al turismo di massa europeo, che occuperebbe le nostre belle spiagge approfittando delle ore di sole più lunghe, e che non si interesserebbe al popolo, penso che bisognerebbe opporvisi. Se ci si può sviluppare con i proventi del petrolio, perché favorire questo turismo rovinoso? Di rancori supplementari, non ne abbiamo certamente bisogno».

 

Per terminare, mons. Teissier, una domanda più teologica al teologo valente che lei è. Mi sembra che in taluni ambienti si sta infatti sviluppando un cristocentrismo mal inteso, che sembra escludere il dialogo con le altre religioni. Cosa ne pensa?

«Ci sono un certo numero di nuove generazioni cristiane, preti compresi, che hanno sviluppato un ricentramento sulla Chiesa come principale oggetto di attenzione, in particolare su certe sue tradizioni, comprese quelle estetiche o paraliturgiche. Queste tendenze sono preoccupanti, soprattutto sapendo che nel frattempo si è svolto un concilio come il Vaticano II, che in particolare nella Gaudium et spes ha svolto una riflessione molto approfondita e profetica sulle grandi realtà umane, sulla cultura, la famiglia, la pace, la società. Non è certo una riflessione che si limita alla vita interna della Chiesa, verso la quale effettivamente si registra talvolta un ripiegamento. Invece il ricentramento sul Cristo è qualcosa di assolutamente essenziale, e non è riduttivo come quello sulla Chiesa e su certe sue recenti tradizioni. Si parla spesso della Dominus Jesu, che effettivamente ci ha obbligati a porci molte domande… Ma si tratta di un testo relativamente breve che, per quanto riguarda il dialogo interreligioso, non ha più di un paragrafo che ne parli. Mentre ad esempio la Commissione teologica internazionale, di cui il card. Ratzinger era responsabile, ha pubblicato una riflessione sulle religioni del mondo, sulla chiesa di fronte alle religioni del mondo, che è estremamente ricca, che lascia indiscutibilmente Cristo al centro del messaggio della salvezza, ma che si sforza di comprendere come queste tradizioni cristiane possano essere vissute nella relazione con le altre tradizioni. Questo testo – Il cristianesimo e le religioni, del 1994 – prende le dovute distanze da certe analisi sviluppate in Asia; ma noi che invece abbiamo consacrato la nostra intera vita a questa relazione e a questo dialogo, possiamo leggere il testo trovandovi degli elementi di felicissimo approfondimento di quello che noi già viviamo. Non si tratta certo di trovare la salvezza fuori dal Cristo, ma di vedere come noi che siamo cristiani possiamo servire la salvezza proposta al mondo in Gesù Cristo anche nella relazione con partner di altre religioni. Possiamo vedere come il Cristo sia attivo anche nella vita di questi partner, anche se lo ignorano, e anche se hanno una sintesi dottrinale che in certo modo nega o più spesso ignora il mistero di Cristo».

 

Il magistero di Giovanni Paolo II ha fatto scuola in questo campo…

«Certamente è così. Tutti i testi di papa Wojtyla contenevano elementi assolutamente stimolanti sul rapporto con le altre religioni, spesso, tra l’altro, in documenti che in apparenza non erano direttamente orientati al dialogo interreligioso. Prendiamo l’enciclica sullo Spirito Santo, Dominum et vivificantem: essa contiene una profonda analisi sul mistero della coscienza umana, del discernimento tra bene e male, in relazione con l’azione dello Spirito Santo in ognuno di noi, non solamente nel cuore dei battezzati, ma di ogni esistenza umana. Il Vaticano II in effetti ci ha detto che il mistero della salvezza è in opera nella vita di ogni persona e non solo nel cerchio discretamente ridotto dei battezzati e cresimati. Lo scorso anno ho predicato la Pentecoste per la radio algerina, una meditazione ascoltata da cento musulmani per ogni cristiano. In essa ho cercato di dire che la coscienza umana è il primo luogo di riferimento per l’uomo, ma che in realtà essa è un dono dello spirito di Dio: non bisogna perciò lasciare assassinare le nostre coscienze da ideologie e comportamenti che non hanno niente a che vedere con la vera vocazione dell’uomo (penso ad esempio in Occidente alla scomparsa dei riferimenti alla difesa della vita, o nell’estremismo religioso a coloro che dicono che si può assassinare in nome di Dio). L’azione dello Spirito Santo è condivisa dai musulmani, anche se non ne sposano esattamente la visione cristiana e non usano la stessa terminologia (o, almeno, l’espressione presente nel Corano è stata svuotata dai commentatori del suo senso originario, assai prossimo di quello che noi cristiani usiamo, come sembra). Credo allora che si debba lasciare sempre il mistero di Cristo al centro della storia del mondo, ma al modo di Teilhard de Chardin, cioè un mistero che spiega la storia dell’intera umanità dall’origine alla fine, e non al modo di coloro che vogliono negare il resto dell’umanità, per glorificare solo le pratiche cristiane nel loro senso più limitato».

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