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Tra “fuori” e “dentro” (di Antonella Deponte)

Davanti a un pericolo, per di più in gran parte ignoto, come quello rappresentato dal COVID-19, la tendenza è scappare e rifugiarsi. Scappare da tutto quello che è altro, fuori, esterno, estero: tutto ciò che non è me, e quindi rappresenta una potenziale fonte di infezione. Rifugiarsi in uno spazio che sento “mio”: una caverna, una casa, i confini di uno Stato. Meglio ancora, barricarsi: alzare barriere tra la mia caverna e l’esterno, impedire al lupo cattivo di entrare. Non uso a caso le immagini della caverna e del lupo (orso, leone…): intendo sottolineare che si tratta di una risposta automatica, che ha avuto una sua necessità dal punto di vista evolutivo. La possiamo osservare ogni qual volta si presenti una situazione dominata dall’incertezza e dall’insicurezza, la possiamo osservare a livello comportamentale, ma anche cognitivo: la fuga dall’incertezza in questo caso diventa la ricerca di notizie e informazioni che mi permettano rapidamente di dare un nome, di catalogare, di classificare quello che vedo e che sento. Rapidamente è la parola chiave, perchè la fretta mi porta ad accontentarmi delle prime notizie che trovo, di quelle più eclatanti, per arrivare a giudizi e conclusioni utilizzando scorciatoie di pensiero. Non importa l’affidabilità del giudizio, importa il giudizio in sè, che mi permette di abbassare l’ansia, l’angoscia provocata dall’incertezza, dal non sapere.

La chiusura davanti al pericolo e all’incertezza è una risposta che si verifica a livello personale, è una tendenza presente in ogni persona, ma si verifica anche a livello istituzionale (in fondo, anche le istituzioni sono fatte di persone): assistiamo quindi al chiudersi dei confini, ad affermazioni di stampo sovranista e populista, alla rinuncia a forme di solidarietà internazionale. Ovviamente a livello istituzionale ci sono molte variabili in gioco, lo scenario è più complesso.

È importante però notare che, in entrambi i casi, il fatto che sia una modalità di risposta automatica non significa che debba essere una modalità di risposta necessaria.

Attraverso la consapevolezza, abbiamo la possibilità di scegliere quale risposta dare alla situazione – a qualsiasi situazione – stiamo vivendo: può essere una risposta arcaica che ci confina prima ancora che in casa, nelle gabbie mentali che mi costruisco o che mi propongono; può essere una risposta diversa, di apertura all’altro e di solidarietà nonostante tutto. É questo secondo tipo di risposta che, anche in tempi duri, permette l’evoluzione della persona e la costruzione della comunità: mette in gioco risorse che magari non si sapeva di avere, sviluppa creatività e pensiero divergente, alimenta la resilienza.

In questo mondo così globalizzato, dove pure le minacce sono globali (la pandemia, ma anche il cambiamento climatico, gli incidenti nucleari, per fare qualche esempio), davvero pensiamo di poterci salvare da soli? Davvero pensiamo di essere al sicuro nella nostra piccola caverna?

La salute è uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non la mera assenza di malattia o di infermità, affermava l’OMS nel 1948. In tempi di pandemia, questa definizione che ha più di 70 anni continua ad interrogare l’umanità , toglie tutte le scuse e stabilisce un obiettivo alto e irrinunciabile.

Non possiamo accettare un mondo nel quale i vecchi sono lasciati a morire da soli, le vittime delle continue guerre in molte parti del mondo siano dimenticate ogni volta che una notizia diversa compare nei nostri giornali, per non parlare dei problemi cronici della fame nel mondo, dell’inquinamento, delle diverse ingiustizie sociali. L’attuale pandemia ha messo in luce che anche nelle nostre città, una medesima situazione (l’isolamento domestico) ha molti volti diversi, per alcuni significa tranquillità, tempo recuperato per la famiglia e per se stessi, tempo di crescita e di riflessione. Per molti, molti altri comporta violenza domestica, fisica e psicologica, povertà, preoccupazioni economiche, disagio abitativo, perdita del lavoro, tensioni familiari che crescono in misura insopportabile, maggiore solitudine nell’affrontare malattie e difficoltà.

Studi recenti sulla gestione dello stress indicano l’attacco-e-fuga non è il solo modo di rispondere. C’è anche il tend-and-befriend, che potremmo tradurre con “stendi la mano e fai amicizia”: concentrarsi su obiettivi non auto-centrati, supportare gli altri, entrare in relazione con gli altri. Tutto questo attiva la biologia del coraggio e genera speranza. É ora di farlo nelle nostre case, è ora di pretenderlo nelle nostre istituzioni.

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