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Un nuovo topos per il domani – riscoprirsi umani (di Valentina Gaudiano)

  1. Siamo corpo vivo, che sente agendo e patendo

La realtà nella quale ci siamo ritrovati a vivere da qualche mese ha evidentemente modificato la nostra quotidianità a tutti i livelli, primo fra tutti quello relazionale: incertezza ed imprevedibilità degli eventi ci hanno fatto sperimentare non soltanto la transitorietà delle nostre vite, sperimentata in prima persona per le morti di parenti e amici, ma anche delle tante persone di cui abbiamo sentito da altri. Abbiamo fatto anche esperienza della limitazione fisica della prossimità. Le nostre relazioni interpersonali sono state tagliate sul vivo perché da un giorno all’altro non ci è stato più concesso esprimere affetti ed emozioni con tutto il nostro corpo e non potevamo neanche condividere i momenti più cruciali dell’esistenza umana, quelli che segnano il passaggio tra la vita e la morte; ci è stato chiesto di soffrire e financo morire senza abbracci né carezze, senza il calore umano di chi ci ama.

 

  1. L’amore – declinato in tutte le sue sfumature – è il vero motore della vita

Eppure, proprio il venire meno della possibilità di espressione e condivisione dell’amore che innerva le nostre relazioni – quanto meno le più intime – ha stimolato la ricerca di vie e forme che lo potessero far fiorire o accrescere, rimettendolo al centro della nostra esistenza, depurato dalle sbavature alle quali era andato incontro al tempo della Postmodernità, come amore liquido – per riprendere la nota definizione di Bauman[1]. Quanto stiamo vivendo mi sembra una straordinaria chance per restituire all’amore una valenza ontologica e ribadirne l’assoluta essenzialità per capire l’essere umano e le sue relazioni, si tratta di una risposta inattesa a questo tempo di passaggio, nel quale tutti siamo coinvolti, al di là delle culture e credenze religiose, delle appartenenze etniche e delle strutture politiche di governo, ricchi e poveri, tutti accomunati nel riconoscere la fragilità e la vanità di tante strutture e idoli costruiti nel tempo – da quelli economici a quelli tecnologici, politici e di benessere – tutti accomunati dalle stesse esigenze di vicinanza e prossimità con i nostri cari e non.

L’amore è tornato, silenziosamente, ma poderosamente, a rivendicare il suo posto nelle esistenze umane, per abitarle con piena dignità e riconoscimento. Lo dicono i molteplici gesti e sguardi di coloro che in prima linea e nel segreto hanno dato e ancora danno tutto se stessi per rendersi prossimi e far arrivare agli altri una carica di vita, fisicamente e spiritualmente; lo dicono tutti quelli che stanno trovando le strade più originali e creative per generare nella realtà virtuale spazi di condivisione profondamente umani; lo dicono le tante parole che viaggiano l’etere – l’unico spazio che negli ultimi mesi ci è stato concesso di abitare senza restrizioni, almeno per i fortunati – trasportando non più solo inutili frammenti di egoità, bensì pezzi di fraternità vissuta e sentita.

  1. Siamo esseri di/in relazione

Credo che un ripensamento creativo dell’amore possa far intravvedere proposte e risposte alle domande che oggi ci stiamo ponendo con nuova forza, rimettendo l’amore sul moggio e tentando di farlo parlare con il suo linguaggio, che non è quello della testa né delle sole mani, ma che necessita di entrambe, perché è soltanto nella dinamica di inabitazione di questi piani, cui si aggiunge quella tra persona e persona, che possiamo dare senso e significato a noi stessi.

Sì, perché siamo proprio noi – gli esseri umani – che la pandemia, come ogni altra situazione limite, rimette a fuoco con tutta la forza della questione che ci interroga su chi siamo. Che è poi anche la domanda centrale che innerva ogni percorso educativo. Come ha sapientemente affermato Edith Stein, grande pensatrice e santa dello scorso secolo, non si può educare se non sapendo chi si ha davanti; cioè l’agire educante è sempre mosso da una qualche forma o immagine di uomo e donna che si desidera aiutare a venir fuori e realizzarsi.

Come il processo creativo dell’artista è tale se e quando insegue una determinata immagine da voler rendere viva e presente all’occhio materiale, perché già viva e palpitante davanti al proprio occhio spirituale, così ciascuno di noi educa quando è mosso similmente da un’immagine di uomo e donna – che non significa evidentemente la singola, personale immagine, ma quella condivisa da una comunità di intenti – che andrebbe realizzata.

 

  1. L’abbraccio: espressione corporea del nostro intimo essere

Allora l’immagine che potrebbe offrirsi ai nostri cammini futuri di educazione e non solo è quella dell’abbraccio – immagine plastica di me, di ciascuno di noi, che accoglie e stringe tra le proprie braccia un’altra persona e ciò facendo dice: ti voglio bene, tu mi appartieni, sono con te, sono presso di te, sono te. Ecco un’espressione dell’umano che la pandemia ci ha strappato via portandosi così anche via un pezzo di noi, della nostra stessa identità. L’abbraccio ci localizza differentemente perché ci rende esplicitamente alter-centrati – uomini, donne, bambini centrati in altro e non in sé e in sé in quanto altri, perché relazionati. È, infatti, nella cura e nella custodia degli altri che viene custodita e salvaguardata la nostra stessa personalità: chiudersi nel proprio ego e da lì guardare al mondo non funziona più, la pandemia ha evidentemente smascherato questa che è sempre stata un’illusione dell’essere umano e in particolare del mondo occidentale. Siamo sempre in relazione, di stima, di rispetto, di simpatia, di amore…e quando è l’amore ad indirizzarci verso gli altri – le braccia che si aprono per andare incontro e accogliere – li affermiamo nel loro essere-così ed esserpreziosi e ci uniamo spiritualmente a loro; ci doniamo e, perdendoci in essi – in qualche modo annullandoci –, ci riceviamo nuovamente. Il dono di sé è gratuito tanto quanto la ricezione di esso, per la quale ci è chiesto di far spazio in noi posponendo qualcosa che ci appartiene; dunque dono il darsi, il mettersi nelle mani dell’altro, dono anche il ricevere perché in esso c’è insito il dono di qualcosa che viene spostato per l’altro/a.

 

  1. Non più monolocali, ma case familiari

La relazione con gli altri crea tra noi uno spazio che un filosofo tedesco – Dietrich von Hildebrand – definisce “spazio interpersonale” e, siccome siamo in contatto con diversi tu, ciascuno di noi è luogo di diversi e molteplici spazi interpersonali, dei quali alcuni si intrecciano tra loro, altri si trovano l’uno accanto all’altro, senza vie di comunicazione reciproca, altri ancora intersecano minimamente uno spazio, entrandovi magari solo temporalmente in contatto. Siamo, perciò, non solo alter-centrati – l’abbraccio ci sbilancia – ma in virtù di ciò anche inter-locati – l’abbraccio ci intreccia. Lo spazio, il luogo del futuro è quindi un “luogo comune”, un terreno di convivenza e condivisione, individualmente caratterizzato, ma comunemente abitato.

Possiamo, allora, immaginarci come una casa, non un monolocale, ma una casa con tante stanze, ognuna caratterizzante una specifica relazione, come ad esempio quella del rapporto matrimoniale o quella dell’amicizia, quella con i colleghi di lavoro o con i vicini di casa, e così via; dunque tanti spazi interpersonali o “stanze” quante sono le nostre relazioni. In tale spazio ciascuno è origine e meta, ricevente e donante.  

 

  1. Educare è un atto per-formativo in cui tutti sono protagonisti

Alla luce di queste considerazioni, che forse grazie alla pandemia trovano nuova attenzione e fanno convergere il pensiero di tanti che da tempo cercavano di evidenziare la necessità di un rinnovamento del nostro vivere e agire, vanno certamente rimessi a fuoco alcuni aspetti dell’educazione nonché il senso stesso della medesima. Se educare, come sostiene Klaus Hemmerle, filosofo e teologo tedesco, «avviene là dove entrano in scena la totalità nel singolo e l’individuo sulla totalità»[2], significa che si tratta di qualcosa di “plastico”, di un evento per-formativo perché se è vero che la totalità si fa presente nel singolo, questi la realizza, però, non da solo, ma appunto con gli altri, grazie ai quali è capace di assumere la responsabilità per il tutto.

Questo, nell’attualità che percorriamo è diventato non solo necessario, ma improrogabile: guardare ad ogni essere umano come portatore e rappresentante della totalità significa investirlo della più grande dignità – e ciò in maniera indiscriminata, perché ogni essere umano lo è, senza distinzioni; e come si realizza ciò? Mediante l’amore che con creatività si volge al singolo – che in tal modo emerge sulla totalità – facendogli scoprire che è l’essere più importante del mondo proprio nel suo legame con la comunità, con la quale può realizzare appieno quella totalità che avrebbe in sé già presente. È l’amore che scopre il valore del singolo – di colui che ama come di chi viene amato – come quell’unico per cui vale la pena lasciar cadere tutto (l’essere alter-centrati) rendendo al contempo consapevoli della propria responsabilità nel costruire la totalità ponendosi in relazione con gli altri, ovvero riconoscendo in ciascuno quella stessa totalità (l’essere inter-locati).

Educare dovrà essere, allora, sempre più un atto per-formativo perché è nella comprensione e valorizzazione dell’altro/a che si educa quell’umano che poi si incarna, realizzandosi, nella mia specifica persona come nella sua. Se, invece, si riduce o marginalizza l’altro/a – dove si intende l’altra persona direttamente, come anche l’espressione delle sue opere e attività – per la realizzazione dei propri interessi, o se si diventa sordi di fronte a lui/lei, si distrugge il tutto e con esso se stessi. «Solo quando accettiamo nella parte il plastico della totalità, con radicale responsabilità per la totalità, apriamo la nostra società al futuro»[3], e l’educazione ha sempre a che fare con il futuro. Questo implica spazi interiori e fisici nei quali ci educhiamo a divenire ciò che siamo: esseri di relazione che pongono la propria speranza di un futuro migliore negli altri per la comunità intera.

[1] Z. Bauman, Amore liquido. Sulla fragilità dei legami affettivi, Editori Laterza, Bari 2003.

[2] K. Hemmerle, Bildung und Bistum, in Ausgewählte Schriften, Herder, Freiburg-Basel-Wien 1995, p. 284 (traduzione propria).

[3] Ibid., p. 289.

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