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Viaggio a Istanbul e Sanliurfa

Un gruppo di studenti di Sophia racconta

“Durante il viaggio, ci siamo resi conto che avevano percorso la nostra strada anche quei giovani che, in questi anni, hanno lasciato le città europee per raggiungere il confine con la Siria e unirsi all’esercito dell’ISIS. Ma con un altro obiettivo. Noi siamo partiti per costruire ponti”. A dirlo è Alexander, iscritto al I anno di Cultura dell’Unità, uno dei 6 studenti di Sophia (da Belgio, Scozia, Italia, Algeria, Colombia e Cina) che nel mese di gennaio hanno partecipato ad un progetto Erasmus – il programma europeo di mobilità universitaria – e hanno trascorso 7 giorni in Turchia, a Istanbul e a Sanliurfa, straordinaria città nell’est del Paese con una popolazione di 2 milioni e mezzo di abitanti, che oggi accoglie 600 mila profughi siriani.

“Abbiamo goduto di meravigliosi giorni di sole in pieno inverno e forse anche il sole ha contribuito: quante volte abbiamo sentito così vicino quel popolo, quella cultura, quelle città. Altre volte, invece, abbiamo misurato una grande e dolorosa distanza” – commentano così il viaggio Valentina, italiana e Yang Li della Cina. “Per la maggior parte di noi era il primo viaggio in Turchia ed è stata una scoperta incredibile”, continua Amine dell’Algeria.

Meta del viaggio (promosso da un network di università e istituzioni tra cui New Humanity) era in particolare Sanliurfa, con la sua terra rocciosa, gialla e rossa, dove la maggior parte delle donne sono velate. Sanliurfa culla della civiltà – com’è chiamata – per la sua posizione strategica tra Africa, Asia ed Europa, ground zero della storia, sede di insediamenti umani che qui risalgono a 12 mila anni fa. Oggi, tappa quasi obbligata per centinaia di migliaia di siriani fuggiti da una guerra che ha schiantato le loro case, le loro famiglie. “E il conflitto non è finito: proprio nelle ore del nostro soggiorno, ci ha raggiunto la notizia di un bombardamento vicino”.

La Turchia è il primo Paese che riceve le ondate di rifugiati che si dirigono ad ovest; si parla di 5 milioni di rifugiati siriani (4 milioni sono quelli registrati). A Sanliurfa, che si trova a soli 150 chilometri da Raqqa, città del nord della Siria che fino al 2017 è stata la capitale dell’ISIS, le istituzioni locali hanno progressivamente imparato a gestire l’emergenza. La dimensione religiosa e culturale influenza la dimensione amministrativa e politica, ma manca un progetto complessivo per andare oltre la mera inclusione di queste persone in un nuovo tessuto sociale.

“Le migliaia di vittime di questo tremendo conflitto armato devono essere messe in condizione di ricostruire la verità di quanto si è abbattuto su di loro, per riemergere da un dolore senza risposta e riallacciare il filo della loro storia personale e collettiva”. Jorge della Colombia continua: “Abbiamo visto il disorientamento, l’incertezza e la povertà in cui vivono, abbiamo ascoltato le tragedie delle separazioni. Ma abbiamo visto anche una grande fede, un impegno sorprendente a rimettersi in piedi e a collaborare. Tanti giovani siriani hanno scelto di inserirsi nella cultura turca e lo stanno facendo con coraggio, ricostruendo brani di società sana; ora bisogna fare in modo che nemmeno la popolazione locale si senta privata di qualcosa.”

“Ci ha colpito molto il carico di lavoro che le istituzioni hanno sulle spalle – è Daniel della Scozia a parlare -; abbiamo potuto fare tantissime domande ai sindaci, ai responsabili dei diversi uffici e iniziative. Non sempre c’era una risposta, ad esempio nel campo dell’educazione, oppure davanti a condizioni di lavoro diverse tra popolazione siriana e popolazione locale. Eppure c’erano dovunque – di questo siamo testimoni – i segni di una vera cultura dell’accoglienza, che invece i nostri Paesi a volte stanno perdendo. Davanti a queste famiglie immigrate, ho scoperto che avevo perso… la sensibilità: di immigrazione si parla tanto in Europa, è un tema politico caldo e spesso vengono in rilievo solo alcuni impatti. Ho capito che davanti a questa umanità dovevo fare un passo indietro; una donna ci ha detto di vivere solo per i suoi figli e che questa lotta quotidiana era l’unica cosa che dava senso alla sua vita: ‘Quando siamo insieme ci affidiamo l’uno all’altro. E’ questo che ci fa attraversare il trauma della guerra e ci sentiamo in qualche modo interi, anche se sappiamo che questa esperienza non ci lascerà mai’. Mentre ascoltavo, ho sentito in me una grande povertà; anche la mia cultura, per cui tutto quello che abbiamo non è mai abbastanza, mi è sembrata così povera. Questo non significa che aiutarsi non serva… Ma ho compreso che l’umanità si realizza davvero solo nella cura e nell’amore reciproco.”

Alexander, Daniel, Jorge, Yang Li, Valentina, Amine

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